E se lunedì scioperassero tutti gli altri?

By Simone Bressan

dicembre 12, 2014 economia politica

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Oggi è il gran giorno dello sciopero generale: Cgil e Uil hanno proclamato otto ore di blocco per protestare contro il Jobs Act, per chiedere 80 euro per tutti e il rinnovo del contratto del pubblico impiego. In un paese normale lo sciopero si rispetta, sempre. Ma questo non significa non si possa criticare. E soprattuto non si possa rilanciare.

La parte che sciopera oggi non coincide necessariamente, anzi: non coincide proprio, con la parte produttiva del paese. Ci sono milioni di imprenditori, partite iva, lavoratori dipendenti che oggi stanno in trincea come ogni giorno che Dio manda in terra. Gente che produce, innova, crea ricchezza nonostante uno stato che regola, tassa, controlla, ostacola ogni passaggio della loro vita.

Questa parte produttiva farebbe bene a farsi sentire. A dire che esiste e che chiede l’esatto contrario delle piazze di oggi: meno spesa pubblica, meno regole, dipendenti pubblici retribuiti e assunti con modalità identiche a quelle dei loro colleghi privati.

Chi di voi ha letto “La rivolta di Atlante” sa che Ayn Rand ha immaginato qualcosa di molto simile: una sorta di “aventino” intellettuale dei tanti motori della società, quelli che ogni giorno si svegliano e mandano avanti il paese e che, stufi dell’invadenza egualitaria dello stato, si ribellano e decidono, semplicemente, di fermarsi.

Basterebbero ventiquattro ore di serrata, anche simbolica. Una giornata in cui i tanti innovatori, produttori, eroi civili di questa penisola si convincessero a smettere di fare quello cui sono chiamati per vocazione: smettessero di inventare cose nuove, di sviluppare processi, di pagare stipendi e tasse, di assumere, di conquistare mercati, di aprire negozi ed offrire servizi.

Dopo i disagi di uno sciopero generale per inaugurare il week-end, gli italiani potrebbero iniziare la settimana successiva sperimentando come sarebbe davvero un mondo con tante Camusso e pochi Marchionne, con molti dipendenti pubblici pagati meglio e nessun imprenditore pronto a rischiare di perdere tutto per sviluppare la propria idea. Dopo, soltanto dopo, potremmo ragionare seriamente dell’articolo 18 e del nuovo contratto del pubblico impiego.

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