Si può ricostruire il centrodestra?

By Simone Bressan

dicembre 4, 2014 EDITORIALE politica

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Alle regionali del 2010, meno di cinque anni fa quindi nello spazio di una legislatura, il centrodestra stravince le elezioni regionali. La vittoria ha una portata dirompente: Pdl e Lega si dimostrano capaci di riconferme in Lombardia e Veneto con percentuali altissime e strappano al centrosinistra Calabria, Campania, Lazio e Piemonte. Dal punto di vista politico-elettorale quelle elezioni sono un capolavoro, la realizzazione pratica di quella che i conservatori americani chiamano la “grande tenda” di Reagan. Il centrodestra vince candidando esponenti di tutte le culture che lo compongono: vince il cattolico Formigoni, vincono i leghisti Cota e Zaia, vince la destra sociale di Polverini, vince anche il socialismo liberale di Caldoro. Qualcuno in quei giorni sostiene che Berlusconi si è preso il lusso di interpretare destra e sinistra, maggioranza e opposizione.

Sembra un’alchimia perfetta e il centrosinistra resta capace di vincere solo nelle sue storiche roccaforti rosse, Emilia e Toscana. Guardare ora quei dati fa impressione ma per chi ha a cuore le sorti del centrodestra quei dati rappresentano una piccola grande speranza perché certificano che in politica niente, nemmeno le sconfitte, sono per sempre. Che quel che oggi sembra imbattibile –Renzi- domani potrebbe essere affrontato ad armi pari. Un tasso di partecipazione al voto molto basso, rende l’elettorato mobile e sufficientemente maturo da cambiare idea con rapidità. Lo dimostrano sia il confronto con il 2010 che quello più immediato con le performance elettorali di Beppe Grillo.

Oggi il centrodestra si trova nelle medesime condizioni del centrosinistra di allora: è entrato in un tunnel buio, è troppo lontano dall’ingresso per tornare indietro e non è sufficientemente vicino all’uscita per vedere la luce. La tentazione in questi casi è quella di recriminare su quel che è stato, su chi ha tradito chi, su chi aveva ragione prima degli altri. E’ un esercizio che ritengo perfettamente inutile perché non fa altro che dividere e alimentare contrasti tra chi invece è destinato o costretto a stare insieme. Se il centrodestra vuole costruire una coalizione vincente per il futuro deve innanzitutto iniziare ad occuparsi del futuro.

Una destra divisa e debole può condividere con una sinistra che ha acquisito una forte vocazione maggioritaria qualche riforma importante sul piano istituzionale (Senato e Legge Elettorale) ma ininfluente dal punto di vista economico e sociale. Sappiamo che senza un centrodestra competitivo in questo paese sarà impossibile portare a termine quelle riforme strutturali capaci di consegnarci uno stato più efficiente perché meno ingombrante e persone più responsabili perché più libere.

Sentimenti come questi esistono diffusamente nella società, sono ampiamente maggioritari anche quando, come in questo periodo, non riescono a trovare un’offerta politica in grado di rappresentarli. Quell’offerta politica si può costruire, o meglio: ricostruire? I numeri dicono che il cammino e lungo ma la storia ci insegna che non è impossibile. Basta volerlo.

* intervento effettuato al convegno “Prima le idee: al centrodestra serve un laboratorio” organizzato a Udine dal Centro Studi ImpresaLavoro

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