E se avesse ragione Moncler?

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Report è una bellissima trasmissione ma fino a prova contraria non è il Vangelo. Qualche settimana fa ha preso un granchio mica da ridere e, presentando un servizio sullo junk food, ha spiegato agli ignari telespettatori che da Walmart si vende un formaggio “MADE WITH 2% MILK” e che la nota catena di supermercati addirittura si vanta di commercializzare un prodotto caseario con solo il 2% di latte. Grazie al cielo un blog (ma come? non erano morti?) si è preso la briga di spiegare:

Negli USA vi sono il latte intero ed i latti parzialmente scremati (chiamati REDUCED FAT) al 2% di grasso e al 1% di grasso, ed il latte totalmente scremato (Skim Milk).
Il provolone in questione, come scritto sul sacchetto è “REDUCED FAT” cioè fatto con latte parzialmente scremato al 2% di grassi (2% Milk) e non con il 2% di latte! Come i formaggi Italiani fatti con “Latte Magro”. Anche Walmart non arriverebbe a tanto, ed il 98% cosa sarebbe?!

(tratto da “Un’alessandrina in America“)

Ieri Report ha letteralmente asfaltato Moncler, notissima azienda che produce piumini e che dal 1992 batte bandiera italiana. Il servizio ha spiegato  con dovizia di particolari e di filmati come questi “signori del lusso” per risparmiare qualche euro finissero per acquisire la materia prima (piume d’oca) da crudeli aguzzini capaci di spiumare con metodi atroci i poveri animali.

Moncler oggi ha perso in borsa il 4,9% ed è stata oggetto di un autentico tiro al piccione (toh, la vita!) che dovrebbe culminare nei boicottaggio dei bellissimi piumini.

Ci è capitato di leggere il comunicato stampa di Moncler e, memori della topica su Walmart, qualche dubbio ci è venuto. L’azienda di Remo Ruffini ci ha tenuto a specificare che “tutte le piume utilizzate (…) provengono da fornitori altamente qualificati che aderiscono ai principi dell’ente europeo EDFA (European Down and Feather Association), e che sono obbligati contrattualmente a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal Codice Etico Moncler (sezione Governance al punto 6.4). Tali fornitori sono ad oggi situati in Italia, Francia e Nord America“.

C’è di più: secondo Moncler “non sussiste quindi alcun legame con le immagini forti mandate in onda riferite a allevatori, fornitori o aziende che operano in maniera impropria o illegale, e che sono state associate in maniera del tutto strumentale a Moncler“.

La verità, in questo caso, non dovrebbe avere zone grigie: l’affermazione secondo cui Moncler si rifornisce presso questi molto discutibili soggetti o è vera o è falsa. Tertium non datur. E se fosse falsa – come l’azienda con forza sostiene – saremmo davanti ad una gigantesca mistificazione. E occorrerebbe chiedersi quanto è costata questa puntata a Moncler in termini di perdita di vendite, di danno di immagine, di capitalizzazione in borsa. Perché, al solito, la tv pubblica ha messo in scena un processo a senso unico in cui all’inchiesta (doverosa) si è sostituita un’evitabilissima gogna.

C’è poi l’argomento del vil denaro e di quei numeri che mandano sempre il sangue al cervello degli anti-capitalisti di casa nostra. Dice Moncler: “Per quanto riguarda i ricarichi, il costo del prodotto viene moltiplicato, come d’uso nel settore lusso, di un coefficiente pari a circa il 2,5 dall’azienda al negoziante, a copertura dei costi indiretti di gestione e distribuzione“. E qui il dubbio per chi scrive non si porrebbe nemmeno: se Moncler produce a poco e vende a tanto o ha un ottimo prodotto o ha un ottimo ufficio marketing. In entrambi i casi a scegliere sono liberamente le persone: di certo Moncler non obbliga nessuno a comprare i propri piumini. Certe pratiche, in Italia, le può usare solo la Rai con il canone.

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