L’estetica della Leopolda: surrogato dell’ideologia

By Giovanni F. Accolla

ottobre 28, 2014 politica

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“Ci sono situazioni in cui la mera esistenza diventa opporre resistenza” annotava Ernst Junger sessant’anni fa. E ho la netta sensazione che ci siamo o, forse, ci risiamo. Proprio come fossimo in un altro dopo-guerra.

Tutto intono non concorda più neanche lontanamente con le necessità individuali. Dalla società dello spettacolo siamo giunti allo spettacolo della società. Solo posti per spettatori, gli spazi sul palco sono chiusi, l’omologazione pare aver definitivamente trionfato. Renzi, alla sua ultima Leopolda, molto più di chiunque altro politico sia apparso sulla scena politica, ha deciso di imporre all’Italia un modello culturale (parola grossa, eh?!) che è oltre e molto più surrettiziamente violento dell’ideologia.

Il premier segretario e desideroso fondatore del partito unico e onnivoro, ci ha imposto un’estetica e – da cialtrone qual è – ha decretato che coloro i quali non accettano come giusta e salvifica quella sua estetica post-moderna (di fatto non null’altro che la rivisitazione più spinta del veltronismo) raffigurata nel dualismo “iPhone vs gettone telefonico”, non solo non è al passo con i tempi, ma è nemico dell’Italia.

Il giovane rottamatore è ricorso ad una delle malattie più antiche, cronicizzate, endemiche e invalidanti della società italiana, la necessità – divenuta quasi un tratto antropologico comune – di contrapporre, quasi per legittimarsi, la propria un’idea ad un’altra, di avere quindi, una necessità imperante di un nemico per dividersi in netti blocchi contrapposti.

Non c’è altra possibilità: o da una parte o dall’altra. Con me o contro di me. Ed è una logica, che non essendo logica, è poco intelligente e, soprattutto, assai limitante. Spesso – per dirla tutta – palese sintomo di ottusità.

In tal modo si rimane fermi sul posto, non ci si emancipa, si rimane legati ad una logica infantile e non si diventa mai grandi, ogni idea seppur nobile, si opacizza in miopia e non diviene mai prospettica. La complessità si semplifica nello slogan, il discorso politico si riduce a propaganda. I politici (tutti, in vero, anche se Renzi è il campione) puntano all’emotività dell’elettorato e mai alla ragione. Alla pancia, mai alla testa. Non sappiamo se non vogliono o non siano in grado di spiegare il loro pensiero, comunque preferiscono l’insulto, il dileggio. La bugia ben detta – sembrano pensare – convince più della verità. L’informazione, poi, finisce per adeguarsi: non c’è mai tempo, la logica del mercato e dell’auditel comanda. Imperturbabile.

Che i fatti avessero oramai meno peso delle interpretazioni, lo aveva già annunciato qualcuno prima del Secolo scorso, ma ora è quanto mai più chiaro che sembra non aver più senso neanche la verità, visto che è stata del tutto soppiantata dall’opinione. E le opinioni – in una società come la nostra, è ben noto – sono estremamente labili e facilmente orientabili. Nessuno ha più fiato per le ideologie, già dannose e foriere di ogni genere di sciagura, e siamo al succedaneo. Di male in peggio.

E’ andata, francamente, in maniera molto diversa da come immaginava Antonio Gramsci che intendeva le ideologie come “concezione del mondo” e come strumento di organizzazione delle masse, utile a raggiungere un compromesso tra interessi storici contrapposti. Del resto lo aveva già capito Vilfredo Pareto: l’ideologia si contrappone quasi per suo statuto alla scienza (noi diremmo alla verità), perché le due cose fanno riferimento a campi opposti: la prima riferisce a quella del sentimento e della fede, la seconda a quello dell’osservazione e del ragionamento. Insomma, l’ideologia, spiegava bene Pareto, non è altro che la razionalizzazione di sentimenti ed impulsi, è in primo luogo quella di persuadere, cioè di dirigere l’azione. Amen.

Ma qui, oggi, non si tratta neanche di combattere le ideologie, come s’è detto (forse ci ha pensato la storia a debellarle nelle loro radici) ma loro mutazione, che è davvero patologica. Ciò che dobbiamo debellare è il “relativo assoluto”, il “vero da passeggio”. L’ideologia liofilizzata. Il tutto intenzionalmente ridotto in più digeribili frantumi.

Con ciò non voglio liquidare la storia tanto dei singoli che dei popoli, le civiltà, la passione e la bellezza delle idee, la vertigine dell’ideale, la ricerca individuale e la condivisione della conoscenza. Vorrei, piuttosto, proporre una battaglia per il ripristino dei valori irrinunciabili – propedeutici a qualunque credo di parte – che sono la libertà e la conseguente ricerca della verità. In momento strutturalmente grave come quello che stiamo vivendo, in un’urgenza di cambiamento come quella che abbiamo sotto gli occhi, solo la verità ci può trarre fuori dal guado in cui ci hanno condotto le ideologie e i politici che, come Renzi in modo specifico e speciale, le hanno surrettiziamente strumentalizzate per i loro interessi e scopi di parte.

Il discrimine, tra un annuncio e una autentica intenzione, è proprio dato dal tasso di “ideologia” che si annida nel pensiero dell’annuncio, che ne condiziona, e ne rende improbabile, quindi, la realizzazione. Anzi, l’annuncio, in sé è ideologico. Ammansisce, tenta di mutare l’intenzione in azione. Il credito che certi politici ancora riescono a avere nell’elettorato, poi, nonostante le aspettative sempre disattese, è proprio alimentato dal quel posizionamento a priori, tutto ideologico, o – come abbiamo tentato di sostenere – post-ideolgico in cui vive, anche proprio malgrado, buona parte degli italiani.

A tal punto, non modificare il proprio stile di vita a dispetto delle contingenze è – oramai – un atto che pare sovversivo. Già il dire “io”, lo è diventato. Tutto ciò che ci sta intorno e governa ci spinge ad isolarci in noi, costringendoci al silenzio e alla rassegnazione, ma più si entra in sé stessi, in profondità, senza infingimenti, più si scopre lo spirito di sovvenzione custodito nella propria unicità.

Oggi io sono per la pacifica sovversione del singolo. Il resto non conta più: le ideologie che hanno alimentato il passato, vadano a farsi benedire. Ora ciò che conta sembra aver preso la forma quasi ontologica dell’auto difesa. Il lavoro da fare – a mio avviso – è sulla ricerca di un proprio stile, bisogna individuare uno stile che porti in sé la prova dell’esistenza. E vivere.

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