La seconda repubblica nascerà solo con la seconda Costituzione

By Giovanni F. Accolla

ottobre 20, 2014 politica

reoubblica2E bravo il giovin presidente del Consiglio, mentre ci rifila un’altra bidonata (una legge di stabilità sbilenca che sembra non solo ancora una volta un proclama, ma un manifesto elettorale) sotto-sotto si appresta a rabberciare la Costituzione con riformicchie piuttosto conservative (la riforma del Senato è addirittura lunare e liberticida) che sembrano fa diventare la nostra Repubblica – a sentire i soliti piagnoni  del club “La nostra è la Costituzione più bella del mondo” – “un sistema autoritario che dà al presidente del Consiglio poteri padronali. Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare”.

Bene, hanno ovviamente torto questi dotti costituzionalisti nel tentativo feticistico di difendere l’indifendibile, ovvero una Costituzione brutta, vecchia e inadeguata ai tempi, ma hanno perfettamente ragione nel definire l’azione del governo Renzi un tentativo di “occupazione” dei gangli dello Stato, attraverso la finta spinta di ammodernamento costituzionale.  Ogni pseudo riforma della Pubblica Amministrazione fin ora annunciata – per esempio –  è una sorta di “sbocconcellamento” dei Ministeri al fine di consolidare un potere, quello politico, che dovrebbe essere solo transitorio. Con la scusa della spending review, non solo il risparmio non avviene, ma si moltiplicano gli Enti e si rafforza il loro controllo, per così dire periferico. Nascono agenzie in sostituzione delle prerogative ministeriali (tutte ovviamente sotto il controllo di Palazzo Chigi), si accorpa l’accorpabile con il solo obiettivo di rafforzare la presidenza del Consiglio. E tutto questo è reso possibile proprio grazie ad una Costituzione carente che negli anni ha messo tutto il potere nelle mani dei partiti anzi, della partitocrazia.

La Costituzione italiana, non è una miss, non vincerà mai un solo concorso di bellezza: si mettano l’animo in pace, allora, i vari feticisti della Carta costituzionale (che sembrano una variopinta setta di psicotici ortodossi iper-conservatori), la nostra non è affatto la Costituzione più bella del mondo. E non è che sia brutta perché invecchiata – fermo restando che quello dell’inadeguatezza alla contemporaneità è il suo difetto più macroscopico –  perché tanto bella, a dire il vero, non è mai stata.

Insomma, sarebbe dunque ora il caso di smettere di raccontare favole auto assolutorie e tardo nazionaliste, com’è vizio di alcuni arci-italiani, perché finisce – come è accaduto in questi anni – che chiunque abbia messo in dubbio l’attualità e l’efficacia della nostra Carta, tanto nei principi che nelle procedure, è stato accusato di essere un pericolosissimo sovversivo. Un dileggiatore dei principi democratici, uno stupratore d’opere d’arte!

Scritta, com’è noto, in un momento di somma emergenza, essa è piuttosto il frutto di molti compromessi e la somma di tante storture. Per quanto ci riguarda abbiamo già precedentemente menzionato la lacunosità dell’articolo 49 (quello che non delinea l’ambito dei partiti politici e li lascia privi di qualunque controllo da parte dei cittadini), ma ciò che dal nostro punto di vista concettualmente è errato o lacunoso (senz’altro anche perché è specchio dei tempi) è l’ambito, per così dire “economico” (c’è un apposito Titolo, denominato “Rapporti economici”) e ciò che riguarda i “principi individuali”, quasi mai menzionati, a scapito di norme che sono, invece,  l’anticamera di uno statalismo (poi divenuto partitocratico) e di un illiberismo d’antan tutto italiano.

Se all’epoca, nel 1948, le dichiarazioni di principio potevano forse bastare, oggi quell’elenco di diritti civili (libertà di parola, di stampa, di pensiero, ecc.) messi in bella mostra nella Carta, hanno perduto non solo efficacia, ma senso. La nostra Costituzione è la prova che il “liberalismo” privato del “liberismo” è, al meglio, un elenco di buone intenzioni. Laddove manca per iscritto quale sia il perimetro dei pilastri della libertà economica, ovvero: proprietà privata e libertà di iniziativa, di fatto mancano i principi di libertà. Tant’è che fin dal dagli Cinquanta ci siamo man mano trovati in uno Stato che ha avuto, davvero per Costituzione, la forza e il potere di indirizzare buona parte della produzione nazionale. E con che risultati!

La struttura della Costituzione italiana – lo diciamo senza mezze misure – è intimamente collettivista, dirigista e corporativa. E già dall’articolo 1 è tutto un programma: un ordinamento giuridico che si fonda astrattamente sul Lavoro e non sull’individuo che lavora, che società vorrà mai partorire?

Ora alcuni studiosi, polemisti e via dicendo, iniziano a dire che si, la Costituzione andrebbe cambiata, ma nessuno – se non rarissimi “brutti ceffi” considerati come abbiam detto, pazzoidi – dice con chiarezza che i suoi stessi principi dovrebbero essere modificati e non già solo le “regole”.

Ne mettiamo in fila qualcuna, di stranezza costituzionale, con nessuna volontà scientifica, da prendere come un “florilegio” di assurdità su cui riflettere. Ecco, cominciamo con l’articolo 2 che chiede ai cittadini “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; passiamo poi al 4 che fissa il principio “di svolgere (…) un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”; il 33, quindi, richiama a “un esame di Stato” per l’abilitazione a svolgere una professione; il 35 pone “la libertà di emigrazione” in subordine dell’ “interesse generale”; il 41 annuncia che “l’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”; il 42 dispone che “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che (…) ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale”.

Diteci voi se non sembra una collezione di principi usciti fuori dalla Russia sovietica!

Di astrazione in astrazione – non si capisce quale Ente (terreno o ultraterreno) dovrebbe mai decretare per statuto cosa sia “il progresso della società”, “l’interesse generale” e “l’utilità e la funzione sociale” – alla nostra affatto bella Costituzione, cosa per noi assai grave, mancano una serie di norme capaci di mettere al riparo da intrusioni governative il cittadino e le sue libertà. E il prezzo di tale assenza ben lo conosciamo.

Non è dunque brutta perché vecchia, la nostra Costituzione. Ora però, anche se nessuno si sogna di non riconoscere che i cosiddetti padri costituenti hanno avuto un compito importante e decisivo nell’Italia post bellica e che hanno avuto come stella polare soprattutto il bisogno principale di tutelare e garantire il futuro democratico ad un Paese uscito da una dittatura, bisogna dire che è proprio per questo – non è purtroppo un paradosso – che è nata inadeguata ai suoi compiti, soprattutto nella capacità di interpretare il futuro. Non sarà mica un caso che siamo perennemente in clima 25 aprile!

Altre Costituzioni, pensate e scritte, certo, in ben altro clima, nel tempo sembrano, piuttosto, ribadire la loro attualità. La Costituzione americana, per esempio, nata per altro in un contesto di mera sperimentazione democratica, ha più di duecento anni ed è ancora perfetta nei suoi principi e nelle sue funzioni. La stessa Costituzione inglese, anche se non scritta e delimitata rigidamente (ciò l’avvantaggia) addirittura più antica di quella americana, sembra funzionare perfettamente.

Qui da noi la assoluta aderenza tra Stato e partiti politici, sovrapposizione che è potuta man mano saldarsi a causa di una Costituzione deficitaria nell’isolare gli ambiti, ha di volta in volta espanso le sfere dello Stato a scapito, com’è noto, del cittadino.

Ora, nonostante nei decenni si sia affermata la prassi costituzionale –  la cosiddetta “Costituzione materiale” esplicitamente teorizzata da Costantino Mortati – con la quale la Carta è stata disapplicata e il dettato dei 139 articoli reso interpretabile (del resto la Costituzione stessa, all’articolo 138, stabilisce le regole per cambiarla);  a nostro avviso le forze politiche tutte dovrebbero trovare il coraggio di arrivare ad una vera e propria nuova fase costituente per riscrivere daccapo le regole della democrazia.

Non crediamo sia infatti sufficiente, se non deleterio, sbocconcellare, come si diceva prima –  qua e là qualche norma, cancellare qualcosa, scriverne un’altra ancora di sana pianta, senza un nuovo e più moderno orientamento generale capace di interpretare, finalmente, le sfide che la modernità ci impone. I tentativi fin ora realizzati, o soltanto annunciati, sono stati esclusivi strumenti in mano alle forze politiche. Precedere per interventi rapsodici e ripensamenti, è stato il grande errore di questi anni. A confusione si è sommata confusione, non è sortito mai nulla di buono.

Vogliamo, a solo titolo d’esempio, pensare a come le varie riforme elettorali di questi ultimi anni si siano – è un eufemismo – mal coniugate con il sistema parlamentare? Vogliamo pensare al ruolo del presidente del Consiglio insidiato dai ministri, dalle Commissioni parlamentari e a quello del presidente della Repubblica sempre al limite del paradosso costituzionale? Ma il problema, vero – magari fosse solo questo –  non è solo il funzionamento dei cosiddetti Organi costituzionali. Si va ben oltre, e urge una riflessione radicale, generale, d’assieme. Azzerando tutto quel dettato che ha reso l’Italia uno Stato radicalmente centralista e consociativo. In una parola, una Repubblica incompiuta.

Altro che seconda Repubblica – che non c’è mai stata (è un’idea tutta radicalizzata nella politica e conseguente all’arrivo sulla scena di Silvio Berlusconi) – Renzi ci sta riportando indietro nel tempo e malamente. Perché la seconda Repubblica, quella vera, potrà nascere solo quando sarà scritta una seconda Costituzione.

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  1. adriano

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