Piove, gufo ladro!

By Gennaro Sangiuliano

agosto 7, 2014 economia

gufo2La mattina del 24 luglio scorso il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avrà sgranato gli occhi nel leggere l’intervista che il suo premier Matteo Renzi aveva concesso al giornalista americano Alan Friedman sulle pagine del Corriere della Sera. Sarà rimasto incredulo soprattutto a quel passaggio dove diceva Renzi: «Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente dal punto di vista della vita quotidiana delle persone».

Chissà cosa avrà pensato l’anziano professore che ha insegnato per decenni Economia a La Sapienza. Nella stessa facoltà che è stata di Federico Caffè, di Mario Draghi e di Ignazio Visco. Anni di lezioni sul valore del Pil, a spiegare agli studenti la capacità di questo parametro di indicare lo stato di salute di un’economia, finiti in fumo sull’altare del nuovo battutista della politica italiana. Gli analisti di tutte le università del mondo dicono che mezzo punto di Pil in più, significa maggiore occupazione, maggiore gettito fiscale, più risorse. La pensano così a tutte le latitudini del pianeta, non a Pontassieve.

La Sapienza è la stessa università dove insegna il professor Giorgio Alleva, ordinario di statistica, che Renzi ha nominato ai vertici dell’Istat. L’ente che giorno dopo giorno sta certificando la Caporetto economica dell’Italia.

L’ultimo dato è sconcertante, da far tremare i polsi, il Pil è a -0,2%, il peggior dato da 14 anni a questa parte. Di questo passo non si rispetterà neanche quel + 0,2% indicato dal Fondo Monetario Internazionale come dato conclusivo dell’anno in corso, una previsione che aveva abbassato quella del governo Renzi (+0,8%) che a questo punto è meno probabile dell’ingresso del califfo al-Baghdadi nell’ordine dei francescani.

Il disastro italiano – che ricordiamolo, significa “recessione” – è ancor più tragico se pensiamo che, sempre secondo il Fmi, la Spagna nel 2014 crescerà dell’1,2% e finanche la massacrata Grecia cresce dello 0,5%.
Il dato del Pil non è isolato, segue quello delle esportazioni (–4,3%), quello dei consumi (–0,8%), sulla disoccupazione giovanile (43,7%) e le analisi di Confcommercio sulla pressione fiscale, da cui risulta che al mondo che l’Italia ha quella più alta al mondo (53,2%).

Le risposte del premier Renzi, «è un po’ come l’estate, non è che è arrivata quando volevamo, magari non è come volevamo», ricordano quelle di Berlusconi quando alla vigilia della più grave crisi economica della storia repubblicana diceva che i ristoranti erano pieni.

I fatti parlano da soli, gli 80 euro non sono serviti a nulla, sono stati una mancetta elettorale e hanno prodotto effimere convinzioni sulla crescita dei consumi che poi non c’è stata affatto. Ora, svendiamo le nostre reti (Terna e Snam) alla Cina per fare cassa ma, a parte che i cinesi non ci consentirebbero di acquistare mai a casa loro le reti elettriche, non sono questi i veri investimenti (quelli che creano lavoro) che dovremmo attrarre e che prendono la strada della Spagna, dell’Irlanda e del Portogallo.

Per capire come vanno le cose prendiamo la vicenda del tetto di 240mila euro per gli stipendi delle posizioni apicali della pubblica amministrazione. A prescindere dal merito, ci sono state settimane e settimane in cui abbiamo ascoltato suonare le trombe per affermare solennemente che era stato varato il tetto. E poi? Zitti, zitti, quasi di nascosto è stato rimosso. In sostanza, la mattina si fa un annuncio la sera lo si smentisce.

In queste ore, tutta la stampa internazionale è unanime (Le Monde, Financial Times, Wall Street Journal, Faz) nel giudicare pessima la situazione italiana, le borse crollano, lo spread sale. Da noi, invece, l’approccio è alchimistico, nel Medioevo quando le cose andavano male, il raccolto era cattiva, si bruciavano sul rogo le streghe, ora si indicano i gufi.

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