C’è (ora) una Destra in Italia?

By Giovanni F. Accolla

giugno 4, 2014 politica

right_sign2C’è ora una Destra in Italia? Sì, nonostante la grande frammentazione dell’offerta politica e la sorprendente performance elettorale del Pd (che rimane, come ho avuto modo di segnale in un mio ultimo contributo, assolutamente minoritaria nell’elettorato italiano) l’ultima tornata elettorale ci ha mostrato che c’è una galassia tuttora viva e in fermento, anche se evidentemente ancora dispersa in molte interpretazioni di sé che confonde l’elettorato e lo lascia a casa nei giorni del voto.

Ecco, ciò oggi alla Destra manca, e s’impone d’essere, è un’idea dominante capace di includere, interpretandole, le diverse codificazioni sul piano culturale, prima ancora che su quello politico e che sappia, soprattutto, dipanarsi in modo prospettico. Non pare, dunque, e tutto sommato, essere l’identità a fare difetto alla Destra italiana, ma ciò di cui sembra aver immediato bisogno, è una sintesi espressa in un progetto capace di rinnovare i valori della sua Tradizione in proposte per il futuro.

In una parola, bisogna tornare alla certezza della dimensione culturale, per poi tradurla in una chiara e persuasiva proposta politica. Per anni, invece, s’è data per scontata la prima a favore quasi esclusivo della seconda, con un evidente scadere di senso. Ben venga, dunque, una… “Leopolda di destra”, sempre che non la si chiami tale! Sempre che non sia archeologica, di fatto, come quella di Renzi (Renzi è la versione ancora più pop e semplificatrice di quella concepita da Veltroni) e che non sia solo mera narrazione di un individualismo senza individui!

Oggi è quanto mai necessaria una saldatura tra un ceto politico rinnovato (anche sul piano anagrafico) e l’universo disperso di ricercatori, giornalisti e studiosi che a questi argomenti dedicano da anni articoli, riflessioni e saggi: da un nuovo patto può nascere un soggetto politico a vocazione maggioritaria, che esprima un programma di governo e non solo una prospettiva ribellistica o marginale.

A tal scopo sarebbe utile convocare, dunque, una sorta di “stati generali” della Destra, o meglio ancora, “delle destre” (che, com’è noto, sono tante): immagino una o più giornate di riflessione nella quale vengano invitati i responsabili delle Fondazioni, delle testate giornalistiche e delle riviste che animano il mondo delle tante Destre italiane, così come alcuni dei tanti studiosi e intellettuali che sull’argomento hanno focalizzato per decenni le loro ricerche. Ma senza che nessuna parte o partito, si intesti, ancora una volta, la primogenitura del progetto o voglia applicare una improbabile egemonia sugli altri.

La Destra o è visione complessiva del mondo o è deriva qualunquistica. Ci vuole un progetto popolare e non populistico, dunque, e può nascere (o ri-nascere) solo iniziando ad unire le intelligenze. La politica segua, una volta per tutte, ascolti.

La Destra non è grillismo, non ha bisogno del “porcellum” per andare in parlamento, si batta strenuamente per ristabilire un sistema elettorale che premi gli individui e il merito, ma da queste nuove forme di aggregazione e di consenso sappia anche prendere esempio.

Sul fronte più politico, gli scandali (la pessima gestione economica e il cattivo esempio nei comportamenti dei dirigenti dei partiti), enfatizzati da veri e propri “professionisti dell’anti- politica” (termine che prendo in prestito, com’è noto, da Sciascia che definì “professionisti dell’antimafia” coloro che lucravano sulla piaga del Sud pro domo loro), fa crescere a dismisura il numero degli elettori astenutisi dal voto. In buona parte elettori tradizionalmente legati al centro-destra.

L’anti-politica non è, evidentemente, una soluzione contro la cattiva politica. Solo la buona politica lo può legittimamente essere l’alternativa e la cura. L’anti-politica, poi, non nasce ora: Di Pietro, Grillo, buona parte della stampa di sinistra, sono in servizio permanente da diversi anni. Con la delegittimazione dei partiti (e delle persone), di fatto, provano a guidare lo scontento, legittimando loro stessi e le loro formazioni. Ma Di Pietro e Grillo possono davvero guidare la nostra democrazia? Saranno pur terminate le ideologie, ma quali sono i valori di queste formazioni? Di Pietro e Grillo, questi sì che rappresentano, al loro fondo, la cattiva politica, ne sono la conseguenza. Pura reazione.

Oggi, per riconquistare la fiducia degli elettori, la classe politica (quella parte che ha conservato intatta la propria dignità e la propria coscienza) deve mostrarsi quanto più comprensiva del disagio generalizzato, infondere nuova fiducia, attraverso nuovi modelli comportamentali, provando – questa volta definitivamente – a ricucire il rapporto tra realtà e rappresentazione. Tra possibile e reale. Bisogna saper infondere un senso di appartenenza complessivo smarrito, oramai, nella notte dei tempi.

Non credo possa escludersi in futuro un ritorno ad una forma di maggiore partecipazione e di scelta dei candidati. Il futuro modello elettorale dovrà tener conto di un nuovo patto che deve necessariamente rinsaldarsi tra elettori ed eletti. Sulla base di questo nuovo patto e su nuovi principi di trasparenza, i partiti potranno, allora per davvero, far a meno degli ingenti finanziamenti pubblici fin ora erogati. Ma quale modello elettorale hanno in mente i partiti di destra? Ancora quello più conveniente per la loro sopravvivenza? Ecco il vero problema: i partiti sono pronti? Cambiare mentalità, questa è la sfida.

Reinventare i partiti, però, non deve e non può significare sradicarli dal loro alveo più nobile, dalla cultura che li ha generati, dai valori che li hanno resi grandi e credibili. Anzi, oggi c’è più bisogno di cultura politica. Di cultura in generale e di valori chiari e irrinunciabili.

Il maggioritario – a dire il vero – ha contribuito ad annacquare le identità e, in certi casi, a renderle inconciliabili. Forse un ritorno al proporzionale servirebbe per aprire le liste, metterebbe in condizione una nuova classe di politici di concorrere, metterebbe gli stessi partiti nell’obbligo di ripensare se stessi. Di capire da dove vengono e dove vogliono andare. Forse.

Ci si preoccupa della governabilità, ma prima bisognerebbe occuparsi di capire come si vorrebbe governare, con quali idee con quali valori. Il disastro in cui i partiti di destra versano, oggi potrebbe risultare addirittura positivo, al meno su questo punto.

Nel frattempo mi pare che il sistema di alleanze sia nuovamente in grande mobilità. Che succede tra la Lega e Fratelli d’Italia? E il partito i Berlusconi? E la galassia cosiddetta liberale, che fa, va con Passera a fare cosa?

Ma evidentemente il risultato finale sarà scaturito dalla legge elettorale che verrà messa in campo. Saranno ancora le regole a formare le squadre.

Non le idee. Non i valori. E sarà un guaio, perché c’è il rischio di rivedere una storia a parti ribaltate: il leader Renzi che obtorto collo imbarca tutto e tutti e l’Ulivo di destra, fatto di mille anime o cespugli, di per sé perdente.

Un senso avrebbe (una urgenza direi) che la destra italiana si interrogasse in piena coscienza per capire quali sono le sue anime e se, soprattutto, c’è ancora una destra moderna e ampia nelle sue proposte che possa (come credo) generare sul piano dell’offerta politica qualcosa di diverso dal centro-destra fin ora raccontato più che realizzato… lasciamo a Renzi questo compito: raccontare e non realizzare, tanto ha inseguito il peggior Berlusconi, che ben presto anche il suo specifico nulla verrà a galla.

Lasciamo l’antipolitica a chi l’ha alimentata, allora, lasciamola cuocere nel suo brodo reazionario e qualunquista, sottraiamole le ragioni del proprio essere, e andiamo avanti. Il Paese ha bisogno di unirsi sotto una guida certa, autorevole e culturalmente robusta. Gli italiani hanno bisogno, inoltre, di una maggiore consapevolezza di sé stessi. Delle proprie forze, tanto dei propri limiti da superare. Ci vuole, dunque, una cultura politica capace di conquistarsi la fiducia non solo dei mercati, ma soprattutto delle persone. Ci vogliono idee e identità (non c’è l’una senza le altre) per affrontare i mercati, l’economia dei professori, è evidente, non basta. E non c’è tempo, non c’è più tempo.

E’ oramai accettato, come fosse un dogma, il concetto che siamo tutti uguali e che chiunque possa discutere con chiunque, così la politica – non appena diviene apparato – guarda molto spesso la cultura dall’alto in basso, come dalle vette di una sapienza collettiva che la rende superiore. Intossicata dal consenso, la politica si lascia sempre più sfuggire l’uomo, o forse lo evita. Se si occupa dell’individuo, del singolo dico, si piega a questo con un gesto paternalistico, pietistico – come con una caramella in mano – e con un atteggiamento per lo più ideologico.

Alla politica il singolo sembra far schifo perché, in fin dei conti, non gli è utile se non come sommatoria. Una testa un voto dicono, questi falsi adulatori del popolo, ma con la sola logica del pallottoliere.

Non è detto che per un intellettuale ci sia bisogno di far politica, ma a mio avviso, ora è la politica – in particolare quella del cosiddetto centro-destra, che ho fin ora chiamato Destra e basta – che ha la necessità impellente di recuperare un’anima e con questa una decisa e diversa credibilità. E questa peculiarità la si può trovare – sempre a mio giudizio – aprendosi all’ascolto dei tanti, giovani o meno, che animano i blog, le università, le riviste, i circoli e tutti gli spazi più o meno pubblici.

Fin quando la politica tenterà di risolvere i suoi problemi con soluzioni ancor peggiori dei suoi stessi problemi, finché spaccerà le proprie paure per obbedienza alla cosiddetta volontà generale, sul terreno non ci sarà alcuna novità. Non ci sarà, quindi, futuro. E chi si difende è già sconfitto nel pensiero, come in politica.

Per quanto riguarda il centro-destra, a puro titolo di esempio, e a proposito di difesa, mi chiedo ora più esplicitamente: perché non iniziamo ad eliminare il suffisso centro? Quel è la paura? Che cos’è questa strana pudicizia? Destra non significa post-fascismo (non per forza), non significa affatto nostalgia.

Forse è giunto il momento, invece, di riformulare in modo estensivo, inclusivo e il più possibile attraente il termine Destra. Guardando a quel che significa Destra nel mondo, in Europa e, perché no, negli Stati Uniti: non abbiano paura i cattolici, i liberali e tutti gli altri, a Destra c’è spazio, c’è fantasia e immaginazione.

Disegniamo la Destra, dunque, la nuova Destra, con sguardo moderno e prospettico.

I limiti di ogni mondo individuale, sono quelli della propria capacità prima immaginativa, quindi linguistica. E la politica, la buona politica, si fa con l’immaginazione e le parole degli uomini coraggiosi. E anche liberi. Liberi dalla stessa politica.

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