Il fusionismo, nonostante tutto

fusionismÈ un paradosso grande come una casa, ma commentare i freddi numeri che escono da un risultato elettorale è la scienza meno esatta e più relativa che esista. Nella prima repubblica vincevano sempre tutti e le nottate erano dedicate a commentare scostamenti dello zero virgola. Poi venne il tempo dell’uninominale e, anche se nei collegi era abbastanza chiaro il vincitore, a livello nazionale si sprecavano interpretazioni degne dei migliori cartomanti. Tutto risolto con il porcellum? Macché: “Siamo primi ma non abbiamo vinto” rimarrà l’epitaffio bersaniano con cui saluteremo l’attuale sistema elettorale.

Anche dentro le coalizioni si sprecano le ipotesi. Essendo il voto per sua natura segreto e i sondaggi per loro natura, almeno nelle ultime due tornate, inaffidabili ognuno può dire un po’ quel che vuole: che la gente di centrodestra ha votato Renzi, che gli elettori di Grillo sono stati a casa, che l’astensione penalizza i moderati. La verità incontrovertibile di queste Europee è il successo di Matteo Renzi e del Partito Democratico che vanno ben oltre ogni rosea previsione della vigilia e premiano gli azzardi, politici e amministrativi, del leader fiorentino.

Il resto, soprattutto dentro al centrodestra, è dibattito in vista di una plausibile riorganizzazione. Su queste pagine si sono già lette due interessanti chiavi di lettura, una di Federico Punzi, l’altra di Giovanni Accolla. È chiaro che a caldo ognuno finisce per rispondere a logiche non solo razionali, tuttavia c’è qualcosa in queste disamine che ci colpisce in modo particolare e che dovrebbe fare riflettere non poco. Per Punzi il voto a Berlusconi è “generoso e di testimonianza”, quello a Fratelli d’Italia “generoso e identitario”, mentre chi ha scelto Alfano e il Nuovo Centrodestra ha premiato un “progetto presuntuoso e velleitario”. Accolla di Ncd proprio non parla perché finirebbe per “dar ragione a Marco Travaglio”. E qui si apre una dubbio interessante perché se dar ragione a Marco Travaglio significa sposarne la tesi giustizialista, saremo di fronte ad una nemesi ben più pesante di quella che Accolla vorrebbe evitare.

Torniamo, però, al punto di partenza e alla valutazione del voto raccolto da Forza Italia, Ncd e Fratelli d’Italia. Prima un passo indietro: alla vigilia delle elezioni del 2013, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto lasciano il Pdl per fondare Fratelli d’Italia. A posteriori Berlusconi dirà che si trattò di un’operazione concordata a tavolino, presumiamo per aumentare l’offerta politica e con essa il mercato elettorale del centrodestra. Un anno dopo anche Angelino Alfano (che come Meloni era candidato alle primarie mai celebrate per la guida del centrodestra italiano) abbandona Berlusconi e fonda il Nuovo Centro Destra. Questa, con ogni evidenza, è stata una divisione più lacerante.

Il mercato elettorale del principale partito del centrodestra non si è certo allargato e in cinque anni è passato dal 35% del Pdl alle scorse europee (quasi 38% alle politiche di un anno prima) al 24% dato dalla somma di Forza Italia, Ncd e Fratelli d’Italia. Il calo più sensibile è quello che si è determinato nella capacità di attrazione e di incisività. Non c’è un solo flusso elettorale consistente nella direzione dei partiti di centrodestra e non viene premiata né l’opzione di governo (a quel punto il voto va verso Renzi) né quella di opposizione (meglio Grillo o, in funzione anti-euro, la Lega). L’unico dato un minimo rassicurante è che Forza Italia e Ncd mettono insieme, decimale più decimale meno, la cifra elettorale che fu del Pdl alle politiche 2013. Gli elettori, insomma, si sono semplicemente divisi tra due opzioni simili ma non uguali, scegliendo quella che gli pareva più vicina alla propria provenienza culturale o politica.

In tema di comunicazione, se il Pdl avesse riconfermato il dato del 2013 avremo tutti discettato sulla tenuta dei berlusconiani mentre oggi siamo qui a commentare la rovinosa caduta degli eredi del Cav, sia di quelli ancora fedeli ad Arcore che di quelli volati tra le braccia di Alfano.

Stupisce che in una condizione di questo tipo non si comprenda l’ovvio: dividere in questo modo, parcellizzare, marginalizzare convinti di poter poi federare annienta il dibattito e rende ininfluenti i voti espressi. Oggi un partito di centrodestra unito sarebbe solidamente alla rincorsa del Pd e centrale nel dibattito europeo. Ci ritroviamo invece con un pezzo di destra nuovamente ghettizzato e radicalizzato, un partito di governo ininfluente e un partito di opposizione che non sa che pesci pigliare.

Come è possibile rispondere a questa condizione di emergenza immaginando di escludere dalla discussione sul futuro del blocco moderato e conservatore chi di quel recinto politico ha fatto parte sin qui e aspira a farne parte in futuro? Che fusionismo è quello che si pratica solo tra stretti amici e osservanti di una medesima liturgia politica? A che livello pensa di collocarsi una discussione imperniata soltanto sulla dicotomia tra lealtà e tradimento? Il Nuovo Centrodestra, al netto di alcune schegge impazzite che esistono anche in Fratelli d’Italia, non ha mai fatto (come fece Fini) dell’anti-berlusconismo la sua ragione sociale e per questo motivo rappresenta a pieno titolo una delle sensibilità che il centrodestra del futuro è chiamato a rispettare e includere.

Tutti e tre i partiti testimoniano una storia politica che si è a lungo intrecciata, finendo anche per condividere un pezzo di strada comune. Da lì bisognerebbe ripartire, da quell’esperienza insieme che andrebbe rivalutata per numeri, risultati, capacità di incidere. Esaltare le differenze e giocare ai puristi non serve a niente, se non a produrre altre macerie. Più va avanti questo gioco demolitore, però, più sarà difficile ricostruire.

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