L’ironico destino degli antiberlusconiani

By Giampaolo Rossi

aprile 15, 2014 politica

Si chiamano “segni dei tempi”: sono quelle manifestazioni apparentemente scollegate tra loro che individuano una trasformazione in atto di portata eccezionale. I filosofi li chiamerebbero “epifenomeni”; noi, che siamo più terra terra e anche più cattivelli, le chiamiamo “conversioni in tarda età”. E così succede che ieri, sul Corriere della Sera, due dei principali editorialisti del quotidiano dei poteri che contano, hanno scritto cose che non ti aspetteresti neppure dai più agguerriti berluscones.

Il primo è Ernesto Galli Della Loggia: in un articolo sulle difficoltà della sinistra ad intercettare il consenso, lo storico individua “il fatto che oggi i suoi esponenti vengono percepiti – giustamente – come una parte dell’élite della società europee, in molti casi ai vertici del potere. Si pensi ad esempio come la sinistra domini il sistema dei media”; ed aggiunge poi che la sinistra è “prona da tempo alla medesima vuota ideologia dell’europeismo a prescindere”.

Il secondo è l’ex amabasciatore Sergio Romano che parlando del caso Dell’Utri, è costretto ad ammettere che “in Italia la giustizia si è inevitabilmente politicizzata; e il passaggio di tanti magistrati alla vita politica” rende l’anomalia “ancora più vistosa”. Per un attimo si rimane senza fiato: Galli della Loggia e Romano attingono alle argomentazioni che in questi anni il centrodestra ha sollevato per spiegare il deficit democratico del nostro Paese, il rischio di delegittimazione giudiziaria della sovranità politica e le contraddizioni di un sistema sbilanciato a favore di gruppi ristretti di potere economico di cui la sinistra è il referente politico.

Per carità, i due sono intellettuali liberal-conservatori; due delle migliori intelligenze che appartengono a quella cultura, ma che sono stati anche tra i più feroci fustigatori (da destra) del berlusconismo e delle sue manifestazioni. Eppure qualcosa sta succedendo, e questo qualcosa è la presa di coscienza che buona parte dei problemi sollevati in questi anni dal Cavaliere sono veri e sono la causa della crisi italiana. Del resto, quando Renzi annuncia “una violenta lotta contro la burocrazia” che impedisce a questo paese di crescere e di essere libero, non fa altro che raccogliere uno dei cavalli di battaglia del berlusconismo, alla base di quella “rivoluzione liberale” mai compiuta. La verità è che in questi anni Berlusconi è stato il parafulmine su cui la classe dirigente di questo paese ha scaricato gli alibi necessari a mantenere in vita il proprio sistema di potere e anche a legittimarne le deformazioni.

Quando il Cavaliere denunciava lo schiacciamento dei media sugli interessi della sinistra, il sistema rispondeva retoricamente con il pluralismo, la libertà di stampa e il diritto di critica, quest’ultimo regolarmente risparmiato a chi manipola le regole democratiche dai suoi chalet svizzeri o dai salotti dei circoli frequentati dall’élite.

Quando Berlusconi denunciava l’uso politico della giustizia, gli rispondevano con le inchieste a suo carico che servivano a zittire qualsiasi osservazione oggettiva sull’anomalia di un sistema in cui la separazione dei poteri non serve più a bilanciarli, ma a consentire ad uno di essi (quello giudiziario) di non avere più limiti. E quando Berlusconi, da presidente del Consiglio italiano (per la cronaca, l’ultimo ad essere eletto dai cittadini nel 2008) sollevava il problema di un’Europa le cui politiche erano lontane dai bisogni della gente e dai nostri interessi nazionali, i professori tanto cari ai tecnocrati di Bruxelles e ai banchieri di Goldman Sachs rispondevano con l’accusa di populismo, perché si sa, tutto ciò che odora di “popolo” disgusta le élite e fa a loro lo stesso effetto dell’aglio al conte Dracula.

Il paradosso è che mentre ci si applica per eliminare dalla scena politica Berlusconi, le sue battaglie trovano spazio laddove ieri erano contestate o negate. E’ l’ironico destino dell’antiberlusconismo.

(da “Il blog dell’Anarca“)

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