E se si fermano loro?

By Michele Di Lollo

novembre 14, 2013 economia

1456053_10201885970966868_44267233_nSe un piccolo imprenditore (parliamo di un’azienda fino a 50 dipendenti) decide di fare sciopero perde ogni guadagno del tempo in cui si è fermato. Infatti non è mai successo. Questo “padrone” come amano chiamarlo alcuni è silenzioso in genere. Non va mai in piazza, né alle manifestazioni, non sventola bandiere. Lavora e basta. Tutti i giorni, tutto l’anno. Senza alibi. Produce e crea lavoro. Ma per una volta le cose potrebbero cambiare. E non c’è nulla di cui meravigliarsi.

La Cgia di Mestre fa sapere che il 64,3% degli oltre 711.000 nuovi posti di lavoro nati tra il 2001 e il 2011 arrivano dalle piccole imprese con meno di 50 addetti.

L’importanza delle piccole imprese emerge in maniera evidente dalla lettura delle statistiche ufficiali. Le realtà con meno di 50 addetti costituiscono il 99,5% del totale delle aziende presenti in Italia e occupano oltre 11 milioni di addetti. Al netto dei lavoratori del pubblico impiego e dell’agricoltura, il 67% del totale degli addetti italiani presta servizio in una piccola o micro impresa. Stiamo parlando di aziende artigiane-commerciali, di piccole imprese e di attività guidate da liberi professionisti che non chiedono aiuti o prebende, ma una pressione fiscale e un peso della burocrazia in linea con la media europea e la possibilità di accedere con maggiore facilità al credito.

Forse non sarà una novità, ma è giusto sottolineare come questa parte del tessuto produttivo del paese sia completamente ignorata dalla politica e dai sistemi di welfare del nostro paese. Nonostante tutto e contro tutti, intanto, i piccoli imprenditori, artigiani e commercianti continuano a svegliarsi ogni mattina all’alba per andare a lavorare nel loro negozio, laboratorio, officina.

La crisi stringe i suoi tentacoli anche su di loro.

Dal 2008 al giugno del 2013 hanno cessato l’attività ben 400 mila lavoratori indipendenti. In questi cinque anni e mezzo di crisi economica la contrazione è stata del 6,7%. Sempre nello stesso periodo di tempo, ogni cento lavoratori autonomi, ben 7,2 hanno chiuso i battenti. A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude l’attività non dispone di nessuna misura di sostegno al reddito. Le partite Iva non usufruiscono dell’indennità di disoccupazione, di nessuna forma di cassaintegrazione o di mobilità lunga o corta. Spesso si ritrovano solo con molti debiti da pagare e un futuro tutto da inventare.

Ma per molti imprenditori non c’è programma assistenziale che tenga. Né temono lo stato né chiedono la sua pietà. Vogliono solo essere lasciati in pace, liberi di poter vivere dei frutti del loro lavoro. Il clima non è dei migliori la pressione fiscale è spaventosa, lo stato morde e per questo si organizzano. Si mobilitano per il prossimo 27 novembre in tutta Italia. Annunciano quattro ore di serrata indetta dall’associazione nazionale “ImpreseCheResistono”(ICR). Un segnale di protesta di tutte le partite Iva, esercizi commerciali, artigiani, micro e piccole imprese contro l’immobilismo del nostro Governo e della politica tutta, contro l’imperdonabile ritardo nel mettere a punto i provvedimenti necessari a salvaguardare l’economia del paese. Contro la non volontà di investire in soluzioni rapide destinate a far ripartire i consumi interni.

Essere imprenditori ora in Italia è un’impresa eroica. Ogni giorno le notizie economiche nazionali riportano dati inquietanti sulle continue chiusure delle aziende, esercizi commerciali e società di servizi. Assistiamo giorno per giorno a un processo di desertificazione industriale irreversibile. Vogliamo portare alla luce la verità, dimostrare che ormai non è più possibile resistere: non solo per colpa della drammatica crisi economica che stritola il Paese, ma anche e soprattutto per l’incapacità del Governo di trovare una soluzione. Lo Stato non si comporta come un buon padre di famiglia, forse perché non riesce nemmeno a vedere come ha ridotto i “suoi figli”. Non li vede perché sono nascosti nelle botteghe e nelle officine, troppo impegnati a tentare in ogni modo di sopravvivere. Ora è arrivato il momento di dire a chi ci governa che in Italia è ormai impossibile lavorare, fare impresa, creare posti e produrre ricchezza. Senza la possibilità di raggiungere questi obiettivi, il nostro Paese sarà spacciato. Non ci sono più alibi, non c’è più il tempo per aspettare un cambiamento destinato a non arrivare mai. Molti di noi stanno lasciando l’Italia: non lo fanno per la voglia di evadere le tasse (come a tanti piace credere!) ma solo per la voglia di “sopravvivere”, di continuare ad esistere, di avere ancora una speranza. Chiediamo solo di non essere la voce che grida nel deserto: possiamo ancora farcela, ma la candela che tiene accesa la nostra speranza è ormai al lumicino.

Magari dopo questa protesta non cambierà nulla. Ma per il popolo degli imprenditori invisibili, artigiani, commercianti è come battere un colpo sul bancone. Chiedono attenzione, per una volta, abbassando la saracinesca.

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