La spy story della pubblicità romana

By Esterniamo.it

novembre 13, 2013 politica

colosseo

Intrecci, trame, intrighi. Visto nel suo complesso, quello della pubblicità esterna romana sembrerebbe il copione perfetto per una “spy story” all’ombra del Colosseo.

Tra abusivismo, crociate e continue stilettate da parte delle associazioni di cittadini – basate anche su fraintendimenti normativi (e non) – e continui botta e risposta, il mondo delle affissioni a Roma ha da sempre vita tormentata. Emblema di questo “pasticciaccio” sono le vicissitudini che interessano da più di due decenni il cosiddetto procedimento di riordino degli impianti pubblicitari istallati nella Capitale che, se si fosse concluso per tempo, avrebbe finalmente messo ordine al settore eliminando la pubblicità abusiva e non pagante.

Ma andiamo per gradi. E partiamo proprio dai primi anni ‘90 quando, durante il processo di digitalizzazione ad opera del Comune di Roma degli atti relativi alle concessioni rilasciate fino a quel momento, non venne adoperato un criterio di selezione per la registrazione degli impianti. Furono, così, inseriti in lista anche quelli privi di titoli, che da quel momento in poi sono risultati regolari perché inseritisi in un periodo transitorio che è diventato ultradecennale.

L’errore (o orrore, che dir si voglia) era già stato bello che compiuto e a nulla valse la successiva denuncia del misfatto alla magistratura. I contratti cartacei posseduti dal Comune capitolino sparirono nel nulla (e qui il mistero inizia ad infittirsi) e l’amministrazione romana, brancolando nel buio più totale, dovette ripartire da zero, inventandosi di sana pianta il “riordino”, chiedendo a tutte le aziende di pubblicità esterna di documentare i loro impianti regolari, depositando le copie degli atti autorizzativi.
Dal 1994 – data storica per il settore della pubblicità esterna – in poi è iniziato quindi un percorso amministrativo che ha visto susseguirsi numerose delibere mai portate a termine.

Il procedimento veniva portato avanti dagli uffici pubblici con tempi biblici (si sarebbe dovuto concludere in 90 giorni e si è protratto per, udite udite, 17 anni) innescando tutta una serie di problematiche emerse durante la fase istruttoria: scadenze temporali, spostamenti degli impianti, conformità al Codice della Strada. Tutto nel quadro di una città che subiva cambiamenti come riflesso del mercato pubblicitario in evoluzione.

Inutile dirlo, fu il caos totale. Questa situazione infuse incertezza nell’amministrazione, negli organi proposti al controllo, ma soprattutto nelle imprese pubblicitarie, nei clienti fruitori e, in generale, nell’opinione pubblica.

Ma avviciniamoci ai tempi recenti, tralasciando l’avvicendamento di innumerevoli governi, assessori, dirigenti. Dopo l’approvazione dei nuovi regolamenti, il DD. 100 del 12 aprile 2006 modificato con DD. 37 del 30 marzo 2009, nella mora delle norme transitorie e in concomitanza con la chiusura del procedimento di riordino (parliamo sempre di quello iniziato nel lontano 1997), nel 2009 la Giunta decise di varare la una nuova Banca Dati degli impianti pubblicitari. Il che equivalse a una proroga dei termini per definire il riordino degli impianti.

In questo contesto, l’effetto positivo fu l’accrescimento dell’introito nelle casse comunali: si parla di una lievitazione da 7 a 20 milioni di euro in un solo anno. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: non è che forse prima qualcuno non pagava e agiva sottobanco? Al contempo la Banca Dati faceva emergere con facile controllo quali cartelli erano sorretti da titoli legittimi e quali no.

Purtroppo passarono altri quattro anni e l’ultima amministrazione decise di “congedarsi” chiudendo finalmente il procedimento di riordino e cercando una soluzione alle altre problematiche – vedi il costo delle pubbliche affissioni – con l’emanazione di ben due delibere la n. 115 e la n. 116 risalenti all’aprile 2013.

In questi giorni si legge sulla stampa che il nuovo assessore al Commercio, l’On. Marta Leonori, vorrebbe attuare un progetto per “sistemare” i manifesti romani e combattere le irregolarità attraverso la lotta all’abusivismo, la messa a punto di mappe di localizzazione e di un bando europeo per affidare la gestione di ciascuno dei lotti in cui sarà divisa la città. Nello specifico, la Leonori avrebbe intenzione di abrogare la delibera che chiude il procedimento di riordino annullando, così, gli effetti positivi quali la rimozione di circa 8000 impianti abusivi (poiché definitivamente esclusi dal procedimento) e la pubblicazione dei cartelli legittimati ad essere presenti sul territorio.

Ma alla luce di tutto questo, ci assalgono diversi dubbi. In primis, l’amministrazione è sicura di aver operato in maniera totalmente corretta nella gestione della pubblicità esterna negli ultimi 20 anni?

E poi, è possibile che le aziende (tra cui anche multinazionali) che hanno operato in un contesto di concorrenza in molti casi sleale, che attendono da tempo la chiusura di tale procedimento e che, attraverso il rilascio dei titoli quinquennali, sono in attesa di poter lavorare e fare impresa in un regime di regolarità e trasparenza, in una città riordinata e quindi valorizzata in termini di decoro, ordine e quantità di impianti, mandino tutto alle ortiche e si preparino ai bandi?

Considerando l’apporto che queste ditte hanno dato alla città non solo in termini di attività produttive ma anche di risorse economiche riutilizzate nel bilancio per finalità pubbliche, c’è un progetto per tutelarle?
E ancora, come si intende bonificare tutta l’impiantistica ad oggi esistente sul territorio? Con quali risorse? Quali saranno il criterio, la tempistica e la logistica da adottare?

Abbiamo la sensazione che le intenzioni e la strada imboccata dalla nuova “assessora” non faranno altro che aumentare il caos, scatenare un contenzioso enorme e dare adito a un abusivismo sfrenato. Senza contare che verrebbe meno anche l’unica nota positiva di tutta questa vicenda: l’introito di imposta. Del resto chi è in contenzioso difficilmente paga e il risultato sarà avere una città ancor più disordinata, pericolosa e poco appetibile per nuove gare il cui oggetto sia l’installazione o la gestione di impianti pubblicitari.
Anche la scriteriata e già tentata strada del monopolio o dei maxi- appaltoni – ci sono non poche analogie con quanto avvenuto in passato – porterebbero ad un complicato processo per ridurre un servizio di comunicazione pubblico, ovvero gestito da decine e decine di concessionarie, ad un business per pochi, forse per uno solo… che speriamo non abbia velleità politiche (sic)!

Il rischio reale è che – concedetecelo – tutto questo si trasformi nel corso delle attività im-produttive…

Insomma, da questo ingarbugliato résumé emerge solo molto caos e poca trasparenza. Considerando dunque che, allo stato dei fatti, una “verità svelata” (epilogo di ogni “spy story” che si rispetti) e univoca fatica ancora venire a galla, le vicende che interessano da sempre la pubblicità esterna non potrebbero essere definite, più che altro, una “Neverending Story”? Ai posteri l’ardua sentenza.

Da Esterniamo.it