I finiani inconsapevoli

By Simone Bressan

novembre 12, 2013 EDITORIALE politica


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A Gianfranco Fini non si può rinfacciare la rottura del 14 dicembre 2010. Quella fu, semmai, un atto di chiarezza e di ostentato coraggio. Finito male, perché l’ex Presidente della Camera è stato relegato nel dimenticatoio della politica nazionale ma chi non è mosso da preconcetto livore ha il dovere di riconoscergli, almeno, l’onore delle armi.

Quel che a Fini (e ai suoi compagni di viaggio di allora) andrebbe ricordato con molta più puntualità è la campagna elettorale del 2006. La prima combattuta con l’odioso porcellum (il classico figlio di nessuno che tutti hanno o votato o evitato di modificare). La sfida eratra l’uscente Silvio Berlusconi e lo sparring partner di sempre, quel Romano Prodi che dieci anni prima sconfisse la Casa delle Libertà (meno la Lega) in una delle poche, vere, débâcle elettorali del Cavaliere.

Rimarrà nella storia come l’ultima apparizione pubblica della CdL: Forza Italia, Alleanza Nazionale, l’Unione di Centro e la Lega Nord. L’armata invincibile del 2001 si è riscoperta, dopo cinque anni di governo, tutt’altro che irresistibile e così si ritrova a correre ad ampie falcate verso una sconfitta annunciata. Romano Prodi, dal canto suo, ha messo in piedi un alleanza molto ampia, da Bertinotti alla Margherita e ha la granitica certezza di potersi portare a casa il bottino pieno senza tanti sforzi.

Berlusconi credeva che la rimonta fosse possibile. Fu però, l’unico. Non ci hanno mai creduto Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini e non ci hanno mai creduto tv, giornali, sondaggisti. Salvo rare eccezioni, per tutti, il destino di Berlusconi era segnato. Andò così per un pelo, con una sconfitta al fotofinish che per il centrosinistra non divenne mai, nemmeno per un secondo, una vittoria su cui costruire una solida coalizione di governo.

Nelle urne il popolo di centrodestra si dimostrò più compatto, coeso e determinato della sua classe dirigente e a Fini e Casini, più che le prese di posizione successive, andrebbe rinfacciato di essersi eclissati in quella campagna elettorale e di non aver creduto che i moderati si sarebbero riaffermati per quello che sono realmente nel nostro paese: una maggioranza che perde quando si divide e che vince quando rimane unita.

Oggi il copione si ripete a parti invertite. C’è chi, nel campo berlusconiano, è fermamente convinto che l’ascesa di Matteo Renzi sia inarrestabile e che la strada dell’opposizione sia l’unica praticabile per quel che resta della Casa delle Libertà. Che, nel frattempo, ha perso per strada un bel po’ di pezzi. Si tratterebbe, insomma, di discutere sul tipo di opposizione ma un progetto capace di riconsegnare al blocco moderato e liberale il governo del paese sembra essere oggi l’ultima delle preoccupazioni.

Le elezioni del 2006 – e in larga misura molte altre elezioni, soprattutto locali – ci hanno insegnato che il popolo del centrodestra va a votare se nelle urne trova un’opzione di governo credibile. Per le proteste da bar e i populismi da testimonianza c’è sempre il mare in primavera, il divano se si vota un po’ prima o, al massimo, Beppe Grillo.

La classe dirigente del Pdl e della futura Forza Italia farebbe bene a mandare a memoria questa elezioni e a non comportarsi, inconsapevolmente, come il Fini del 2006: vincere è ancora possibile. Una coalizione come la Casa delle Libertà ci riuscirebbe, un movimento isolato probabilmente no.