All’Italia serve il Partito Popolare Italiano

By Mario Adinolfi

novembre 11, 2013 politica

001Comincio dalla fine. Se Matteo Renzi porta il Pd nel Pse compie un errore madornale e apre lo spazio politico per la rinascita del Partito popolare italiano. Se è intelligente e conseguente alla propria storia, fa del Pd il nuovo Partito popolare italiano. La scelta è in mano a Renzi. All’Italia per ripartire serve il Partito popolare italiano, altro che rimasticature farlocche di un socialismo europeo morto in tutta Europa.

Scrivo da Parigi dove le politiche socialiste di François Hollande sono invise a tutta la popolazione e l’assenza di una seria alternativa popolare sta facendo diventare possibile l’elezione di un Le Pen alla presidenza della Repubblica alle prossime elezioni. Hollande è il secondo leader socialista europeo a credere di diventare popolare facendo approvare la legge sul matrimonio omosessuale. Invece colerà a picco come è successo a Zapatero, sostituito da un solido governo popolare che sta rimettendo in sesto la Spagna.

A Roma vogliamo organizzare il congresso-passerella del Pse per lanciare la leadership europea di Schultz, esponente di quella Spd che si è fatta quasi doppiare dalla Merkel alle ultime elezioni tedesche. E di Bersani e Epifani c’è poco da raccontare, la tragica inutilità delle loro proposte è stata raccontata già dagli italiani con il loro voto del 25 febbraio e con la gestione successiva del Pd.

Renzi però il 20 ottobre scorso ha detto con una certa leggerezza che vuole portare il Pd nel Pse. Qualcuno dovrebbe ripetergli la domanda. Spero dia una risposta più diplomatica, una delle sue quando sa di dover prendere tempo. Matteo è stato a 24 anni segretario del Partito popolare italiano a Firenze, poi presidente popolare della provincia di Firenze. Sa bene, come so io, che la lezione di cui siamo figli è quella di Mino Martinazzoli, che lottò come un leone per aprire uno spazio politico che non fosse né con il delirio berlusconiano né con la tracotanza ottusa della sinistra tradizionale. La lezione martinazzoliana e del popolarismo tutto, con l’ispirazione cristiana a vivificare un impianto liberale che crede nell’economia sociale di mercato e rifugge da ogni statalismo, oggi è la risposta alla sfida della contemporaneità.

La sinistra tradizionale è messa all’angolo, ormai marginale anche culturalmente. Bisogna conquistare l’egemonia politica-culturale in quell’area del campo politico, non farsene conquistare, non coltivare complessi di inferiorità da sinistra diccì. Scriveremo Pd, ma sarà Ppi, caro Matteo, perché l’Italia ha bisogno del Partito popolare italiano. Ha bisogno di ripartire dal minuto prima del tragico errore di Rocco Buttiglione, che spaccò il Ppi trascinandone una parte nel patto mortifero con Berlusconi, cambiando in peggio e per vent’anni la storia d’Italia.

Dobbiamo ripartire dall’Italia che lavora, che è precaria, che soffre, che non ce la fa, che vuole fare impresa, che non è parassita e non ha la puzza sotto al naso. Dobbiamo riprendere la strada del Ppi innestando elementi fortemente innovativi come il richiamo alla democrazia diretta, che rende protagonisti i cittadini, protagonisti delle decisioni: cittadino-arbitro, avrebbe detto Roberto Ruffilli, il più importante dei riformisti italiani ucciso da un colpo di pistola vile e brigatista a Forlì. Altro che Berlinguer, che ha compiuto politicamente solo errori. Dobbiamo ripartire dalla lezione dei nostri martiri: da don Minzoni a Moro, da Bachelet a Mattarella. Che ci hanno parlato di popolarismo, resistenza al fascismo, di giustizia, di lotta alla mafia, di un’idea alta dello Stato mai impermeabile al cambiamento. Tempi nuovi s’annunciano e avanzano in fretta come non mai…

Se Renzi non sarà il capo del popolarismo, dovremo organizzare il campo dei popolari italiani. Sarebbe bello ritrovarsi il 19 gennaio 2014 a Santa Chiara. Per un nuovo appello ai liberi e forti, novantacinque anni dopo. Perché la storia non ci ha smentiti, noi possiamo guardare alle nostre radici con l’orgoglio di una continuità. Sarebbe bello che a convocarci fosse Pierluigi Castagnetti, l’ultimo segretario del Ppi, a cui rimproverai forsennatamente la decisione di sciogliere il partito e votando alla fine da solo contro la determinazione in Consiglio nazionale. Dovrebbe chiamarci, far ascoltare il discorso di Martinazzoli al congresso del 1989, poi spegnere e dirci solamente: “Allora, dove eravamo rimasti?”.

Mario Adinolfi, Facebook