Il suicidio della Google Tax

By Michele Di Lollo

novembre 7, 2013 politica

Non ci stancheremo mai di ripetere che una tassazione eccessiva come quella italiana ha come unico destino quello di mettere in ginocchio l’ economia (nel nostro caso un’economia già disastrata). Questo concetto è chiaro e non serve essere un professore universitario per capirlo, ma questa legge intuitiva non sembra chiara a Francesco Boccia, deputato del Partito Democratico presidente della commissione Bilancio della Camera (e ai suoi amici del Partito Democratico da sempre favorevoli agli aumenti fiscali). E’ sua infatti la proposta di legge che mira a tassare una multinazionale del web come Google e altre corporation come Amazon, Yahoo colpevoli di essere sbarcate in Irlanda per esempio – dove il reddito d’impresa è sottoposto a un prelievo del 12,5% – anziché in Italia dove solo di Irap e Ires si paga il 27,5%.

Ma facciamo un passo indietro. Tutto parte dalla legge di stabilità e dalla necessità di trovare qualche miliardo di euro “facile” per far quadrare i conti. Ecco, come scrive Andrea Curiat su Wired, quale sarebbe la magica via d’uscita secondo l'”economista” Francesco Boccia:

Come incassare un miliardo di euro di tasse, o forse più, senza pesare ulteriormente sui cittadini e sulle aziende italiane? Semplice, con una Google Tax. Nel mirino del fisco ci sono stavolta le multinazionali del Web che vendono beni e servizi in Italia. I colossi come Google, Amazon e Yahoo ricavano centinaia di milioni di euro dalla raccolta pubblicitaria e dalle vendite nel nostro Paese. Senza però pagare un euro di tasse allo Stato italiano, perché fatturano attraverso società controllate che si trovano in Stati con un minore carico fiscale, come il Lussemburgo o l’Irlanda.

Prendiamo l’esempio di Amazon che ha sede nel Lussemburgo: se nel piccolo stato l’Iva è al 15% e in Italia al 22, significa che Amazon gode di un vantaggio competitivo del 7% sui venditori italiani grazie a un meccanismo che, per ora, è regolare. La proposta punta a cambiare la norma stabilendo che servizi e prodotti online possano essere acquistati, in Italia, solo da soggetti che dispongano di una partita iva italiana.

Poi prendiamo in considerazione Google. Sembra oggettivamente distruttiva l’ipotesi di introdurre una tassa che punta a punire la stessa azienda che solo un mese fa prometteva a certe condizioni di essere pronta a investire in Italia.

“L’Italia è straordinaria nel mondo, se questa straordinarietà riusciamo a portarla online, un piccolo pezzettino per volta, ne deriverà un grande contributo alla crescita del Paese. E noi siamo qui per fare la nostra parte”. Con queste parole l’executive chairman di Google, Eric Schmidt,ha concluso il suo intervento romano al “Big Tent Made in Italy: la sfida digitale”, l’evento organizzato da Big G in collaborazione con Unioncamere. Google “bacchetta” il Governo, che ancora non riesce a garantire banda larga ovunque sul territorio e che con il suo tentennare ha generato un apprezzabile ritardo; ritardo ancora colmabile con un piano di massima che Schmidt suddivide in tre fasi. Dare visibilità alle eccellenze italiane ancora nascoste, diffondere le competenze digitali e valorizzare i giovani, affinché siano promotori della transizione dell’economia italiana al digitale.

Ecco perché Schmidt considerava utile e vincente investire nel nostro paese:

Il 40% di disoccupazione giovanile, per quanto sia una nota stridente, è un punto di forza dell’interesse di Google. Questo perché in media, una crescita della diffusione di Internet del 10% influisce sull’occupazione (soprattutto giovanile) in misura dell’ 1,47%. Inoltre, nei Paesi del G-20, l’economia Internet vale il 4% del Pil, in Italia le previsioni prevedono un allineamento nel 2015, c’è quindi un ampio spazio di manovra per gli interventi correttivi. Di ogni euro che contribuisce alla crescita del Pil, 15 centesimi saranno riconducibili alla Rete, quota che Google ritiene sufficiente per aprire il portafogli e, naturalmente, a Mountain View interessa relativamente che il 30% della popolazione italiana connessa abbia effettuato acquisti online: interessa molto di più che il restante 70% non lo abbia ancora fatto. Occasione anche per Big G di spartirsi una torta ancora consistente.

Nonostante ciò arriva la mazzata annunciata da Boccia, un autogol clamoroso che farebbe letteralmente cadere le braccia a qualsiasi ragazzo sotto i trenta oggi senza lavoro. Magari questo ipotetico ragazzo vota anche a sinistra perché sente il bisogno di un sostegno sociale e così è bene chiarire che la proposta della Google Tax è seguita molto da vicino da Guglielmo Epifani (che si dice favorevole), da Matteo Renzi e dallo stesso Enrico Letta, che la considera un modo per tenere la politica fiscale al passo con i tempi, difendendo il made in Italy:

Con il sostegno del primo ministro Letta, la proposta è passata all’esame del Senato, ma ci sarà bisogno di un appoggio bipartisan anche da parte del Pdl perché la Google Tax abbia una chance di diventare legge. Sulla carta, il ragionamento di Boccia sembra filare. Ma da più parti sono già sorte critiche alla proposta del PD. Il periodico Forbes si è spinto a dichiarare la proposta come ” illegale”, perché violerebbe in pieno i principi stessi dell’Unione Europea. Se infatti uno dei tratti caratteristici dell’UE è il mercato unico, che permette di condurre business liberamente da uno Stato all’altro, come si può impedire a una società con sede in Lussemburgo (seppur controllata da una multinazionale americana) di vendere liberamente i propri servizi in Italia? Il fatto che il fisco italiano non ne tragga alcun gettito fa solo parte delle regole riconosciute dalla comunità internazionale. E la “soluzione italiana” sarebbe solo un tentativo furbesco di aggirare le norme europee.

Anche su Leoni Blog si ricordano tutti i punti deboli della proposta:

In primo luogo, si denota una scarsa comprensione del fenomeno che s’intende regolare. Cosa significa vendere online in Italia? Significa concludere transazioni con clienti italiani, quando magari l’oggetto delle stesse è prodotto in Polonia e distribuito dalla Germania? Oppure dovrebbe rilevare la presenza del venditore sul territorio italiano? E se sì, con che livello di stabilità? Ovvero, ancora, vogliamo sottoporre a prelievo tutti i servizi ospitati da domini italiani? Il fatto è che lo scambio telematico mal sopporta le categorizzazioni geografiche: e se pure è possibile localizzare una particolare operazione, per esempio ai fini dell’individuazione del diritto applicabile, disporre traslochiex lege è un altro paio di maniche.

In secondo luogo, quest’approccio travisa il senso della concorrenza fiscale. Boccia bercia di fiscal dumping e proclama la necessità di tutelare gli operatori italiani dalla concorrenza sleale di quelli stabiliti all’estero. Con studiata manipolazione del linguaggio, egli accredita l’idea che vi sia un livello di tassazione – per così dire – naturale: guardacaso, quello applicato in Italia e non quello, più basso, individuato in paesi come l’Irlanda e il Lussemburgo. Se davvero volesse «agire nell’interesse delle nostre imprese», Boccia avrebbe a disposizione una soluzione ovvia: adeguare al ribasso l’entità del nostro prelievo.

Google, in passato, ha spiegato: “Noi rispettiamo le leggi dei paesi in cui operiamo. Se non vanno bene, i paesi possono sempre cambiarle”.  Omettendo forse di dire “e se non ci piacciono le nuove norme possiamo sempre cambiare destinazione”.