I tre dilemmi del centrodestra

By Giovanni Orsina

novembre 4, 2013 politica

Sono tre mesi ormai che i media traboccano di dibattiti e quesiti sui destini del centrodestra. Decadrà Silvio Berlusconi? E il governo Letta sopravviverà? Resterà unito il Popolo della Libertà – o bisogna ormai dire Forza Italia? A quale leader o partito andranno i voti moderati? Sono quesiti legittimi: il futuro politico del Paese dipende davvero dalle risposte che la storia riuscirà a dar loro.

Sono però anche domande molto miopi e contingenti, di «politica politicante», per altro sempre le stesse da novanta giorni. E nel momento in cui ce le poniamo non ci è facile sfuggire a uno sgradevole senso di monotonia e soffocamento. La frattura che si è aperta nel PdL un mese fa sulla fiducia al governo, d’altra parte, ha manifestato la presenza di visioni almeno in parte differenti sul futuro non soltanto del centrodestra, ma pure del Paese. Può dunque avere un senso cercar di ricondurre il dibattito a queste visioni – ossia alle idee dell’Italia che sottendono le fratture interne al PdL/FI. Muovendoci, a costo di una certa semplificazione, intorno a tre grandi assi.

Il primo riguarda l’assetto istituzionale del Paese e il modello di partito, o di partiti, che il centrodestra vorrà adottare. Berlusconi ha dato vita a un sistema di alternanza bipolare: dal 1994, come mai era accaduto in centotrent’anni di vita unitaria, gli italiani hanno finalmente potuto scegliere fra proposte di governo contrapposte. II Cavaliere, inoltre, ha costruito una destra che non temeva di dirsi tale, ma che accettava di integrarsi dentro la democrazia liberale. Tanto il bipolarismo quanto la destra imperniati sul Cavaliere hanno esibito però dei difetti macroscopici. In tutto e per tutto dipendenti dal Capo e dalla sua straordinaria visibilità mediatica Forza Italia prima, il PdL poi: convincenti perciò quando si trattava di presentarsi alla nazione, ma assai fragili sul territorio e alle elezioni locali; discutibilissimi nei metodi di gestione dei processi decisionali e di selezione della classe politica. Caotico, rissoso e polarizzato il bipolarismo, a causa pure della veemenza dell’antiberlusconismo – e privo quindi di un nocciolo duro di valori istituzionali condivisi.

Berlusconi è rimasto senz’altro bipolarista. Il suo progetto di far maturare il bipolarismo attraverso una stagione di «pacificazione», tuttavia, è clamorosamente fallito alle 19,48 del primo agosto scorso. Da allora la sua unica strategia pare essere quella di correre al più presto al voto – ma le condizioni politiche e istituzionali sono tali che, per il momento, nuove elezioni non solo non avvicinerebbero il Paese a un bipolarismo migliore, ma rischierebbero anzi di rendere quell’esito ancora più remoto e improbabile. Quanto al partito, tutti i segnali indicano che la visione «proprietaria» del Cavaliere, nonché affievolirsi, negli ultimi tempi si è semmai irrobustita. L’ala governativa del centrodestra, per parte sua, questa visione «proprietaria» del partito non la condivide certo. Non sappiamo però come intenda organizzarlo, il partito; come pensi di selezionarne dirigenti e candidati; soprattutto, come (e se) si proponga di rimediare alla debolezza endemica del centro-destra sul territorio. Altro che bipolarismo, poi: i «governativi» sono assai spesso accusati dai loro avversari di nutrire nostalgie neocentriste. Giustamente?

Il secondo asse è quello del rapporto fra Stato e società. La grande promessa della rivoluzione liberale ha rappresentato fin dal 1994 il cuore del berlusconismo. E le esigenze che la sottendevano rimangono ancor oggi quanto mai vive in una parte importante dell’elettorato, e non soltanto fra i berlusconiani o ex-berlusconiani. La promessa, com’è noto, non è stata mantenuta. Soprattutto perché la si voleva mantenere a costo zero: ossia perché il Cavaliere non ha avuto la volontà e il coraggio di far pagare al Paese il prezzo altissimo necessario a realizzarla (Thatcher docet). Oggi però, dopo vent’anni di trucchi contabili e dismissioni fantasma, anche le pietre dovrebbero sapere che la pressione fiscale può essere abbassata in misura consistente e permanente soltanto tagliando in misura altrettanto consistente e permanente la spesa pubblica. Ossia prendendo decisioni difficili, dolorose e impopolari sul quanto, sul quando, sul dove tagliare.

Nel videomessaggio di qualche settimana fa, annunciando la rinascita di Forza Italia, Berlusconi ha riproposto i temi del 1994. Ma i limiti intrinseci al berlusconismo a motivo dei quali la promessa di una rivoluzione liberale non è stata mantenuta sono ancor più evidenti oggi di quanto non fossero nel 1994 – e il Paese è molto più fragile e impaurito di allora. Quanto all’ala governativa del centrodestra, i suoi uomini – a partire da Alfano – si sono candidati più volte a ereditare l’anima rivoluzionaria del berlusconismo. Possono davvero conciliare però, e come, aspirazioni così radicali col moderatismo, centrismo e democristianismo che del radicalismo, da sempre, rappresentano l’esatto contrario?

II terzo asse concerne i referenti internazionali del centrodestra: Europa, Stati Uniti, Vaticano. Nell’intervista pubblicata venerdì su queste pagine, Letta ha disegnato un campo di battaglia diviso fra europeisti e populisti antieuropei. Notando inoltre come il berlusconismo sull’Europa abbia assunto posizioni ambigue, ovvero si sia collocato a cavallo di questa divisione. Ora, il populismo non è il frutto né di un’invasione barbarica né di una malattia morale, ma rappresenta un moto politico di reazione alla reale, a tratti drammatica incapacità dell’Europa di affrontare le sfide della nostra epoca. Poiché il fenomeno ha radici politiche reali, per riassorbirlo occorrono risposte politiche reali, mentre non giovano – anzi: sarebbero senz’altro controproducenti – né gli esorcismi né i vacui pedagogismi europeistici.

Cavalcarlo invece, il fenomeno, è piuttosto semplice. Esso però si declina in forme negative ben più che positive: i populisti sanno dire ciò che non sono, ciò che non vogliono, ma non riescono ad avanzare proposte alternative e realistiche. E questo vale pure per l’anima populista del berlusconismo. Dai berlusconiani di Berlusconi, ambiguamente sospesi fra un europeismo di facciata e il desiderio di saltare in groppa alla tigre della protesta, e incapaci però di condurla in alcun dove, si può perciò pretendere che sciolgano quest’ambiguità. Ai «diversamente berlusconiani» di Alfano, sicuramente europeisti, può invece legittimamente chiedersi come intendano affrontare e cercar di recuperare quella parte dell’elettorato di centrodestra che, per frustrazione e rabbia, pare disponibile a seguire le sirene antieuropee.

I moderati italiani hanno storicamente avuto interlocutori attenti e ben disposti negli Stati Uniti e nella Chiesa cattolica. E stato così, dagli Anni Quaranta agli Ottanta, perla Democrazia cristiana. Ma è stato così pure all’inizio del nuovo secolo per Berlusconi, che ha trovato una politica estera nell’America di Bush e della guerra al terrore, e una linea politica sui temi etici nella Chiesa di Ratzinger e del referendum sulla legge 40. Non sono passati molti anni, ma da allora, negli Stati Uniti di Obama e nel Vaticano di Bergoglio, il clima è cambiato – o sembra essere cambiato, o pare che stia cambiando – in maniera radicale. E consapevole, il centrodestra, di questo mutamento? E ha trovato, sta cercando, o pensa prima o poi di mettersi a cercare dei modi per affrontarlo?

(*) Pubblicato su La Stampa del 03 Novembre 2013

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