Marciare divisi per morire uniti

Se siete convinti di vivere in un paese in cui il centrodestra, diviso, rischia di consegnare il paese ad un centrosinistra fintamente più coeso, mettetevi in fila. Non siete gli unici: i moderati inglesi, americani e francesi vivono più o meno lo stesso travaglio dei loro simili italiani e, al netto delle personalizzazioni, il risultato è spesso lo stesso.

David Cameron e i suoi conservatori di governo stanno subendo l’assalto da destra dell’Ukip di Nigel Farage. I gollisti francesi si vedono franare la terra sotto i piedi in favore del fenomeno Le Pen. Non stanno meglio gli americani, con i Tea Party ormai in guerra perenne con l’establishment del Partito Repubblicano.

Delle vicende tricolori nemmeno parliamo: le pagine dei giornali sono ormai un giornaliero bollettino di guerra, con i “lealisti” che accusano i “governativi” di intelligenza con il nemico e questi che ribattono ricordando ai movimentisti che occorre “responsabilità”.

Ma non è questo il punto. Il problema, piuttosto, è un dato culturale che pare emergere con chiarezza: al centrodestra mondiale non passati i vecchi vizi che rischiano di condannarlo all’irrilevanza e in troppi paiono non aver fatto tesoro delle molte lezioni che la storia elettorale ha impartito al blocco moderato e liberale.

Si scontrano, con una certa frequenza, due modi di essere che dovrebbero provare a convivere per essere motore di cambiamento e non grancassa di confusione. Da un lato un fronte moderato, spesso eccessivamente silenzioso, mediaticamente sottotraccia e privo ad oggi della vitalità necessaria per risvegliare dal torpore l’elettorato dormiente. Dall’altro un’ala più squisitamente movimentista, molto brava a parlare alla “pancia” dell’elettorato ma completamente incapace di rappresentare quella vocazione maggioritaria necessaria a conquistare la testa degli elettori e il centro dell’atlante politico.

Senza i voti della base non si vince, senza quelli dell’elettorato mobile, al massimo, si perde di poco.

Eppure la storia è piena di esempi di chi è riuscito a coniugare le due cose. Non vogliamo ricordare, per l’ennesima volta, la Big Tent reaganiana o la coalizione conservatrice messa in piedi da Margaret Thatcher. Molto più semplicemente, basterebbe rifarsi – con tutti i suoi difetti -alla Casa delle Libertà del 2001 e alla sua capacità di rappresentare un’opzione inclusiva per la destra liberale, per quella sociale, per i movimenti autonomisti e per il centro cristiano e democratico. Complice l’incapacità di una seria elaborazione culturale davanti alla grande crisi, però, il sogno di un centrodestra di governo sembra essersi trasformato nell’incubo di un’aggregazione chiassosa che, stretta tra il purismo liberista di alcuni e la demagogia aggressiva di altri, non riesce ad elaborare una piattaforma di governo.

L’elettorato conservatore, moderato, liberale, popolare è ancora lì, in sonno, che aspetta leader e motivazioni plausibili per rimettersi in cammino sulla strada del buonsenso. Prima che il cinismo e l’incapacità della classe dirigente che dovrebbe rappresentarlo riesca nel “miracolo al contrario” di trasformare una maggioranza strutturale in una minoranza permanente.

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