Decrescita e sovranità economica

By Gennaro Sangiuliano

ottobre 20, 2013 politica

Nel 1992 nei mesi in cui si annunciava, sotto il peso degli scandali, il crollo della Prima repubblica, a largo di Ansedonia sul panfilo reale inglese, il Britannia, Carlo Azeglio Ciampi (colui che ci ha portato nell’euro in condizioni di debolezza) e l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi incontravano alcuni investitori internazionali per discutere della privatizzazione di grandi aziende che all’epoca erano a capitale pubblico. Cosa si siano detti e soprattutto cosa abbiano deciso resta uno dei grandi misteri della storia recente su cui si è esercitata un’ampia letteratura, senza peraltro chiarire il gioco degli interessi in campo. Al di là di come la si possa pensare sulle privatizzazioni, per l’Italia fu solo una pessima svendita, per compensi di gran lunga inferiori al valore di quegli asset, cui seguì la grave perdita degli apparati produttivi, posti di lavoro e eccellenze di beni.

A proposito di Telecom, ad esempio, guardando quello che è accaduto, è sensato domandarsi se non fosse stato meglio mantenere unagolden share, evitando molteplici passaggi di mano che hanno corrisposto ad altrettanti decrementi di valore. Ancora alla fine degli anni Novanta, Telecom era fra le più importanti e dotate compagnie telefoniche al mondo. Poi è finita in un vortice della cosiddetta “razza padrona”, con diffuse complicità politiche. E questo mentre in tutto l’Occidente gli ex monopolisti pubblici (Deutsche Telekom, France Telekom o la Kpn olandese) hanno mantenuto un controllo statale.

Negli ultimi vent’anni l’Italia ha subito una “decrescita tragica” che ha minato i livelli di benessere conseguiti dalle generazioni che ci hanno preceduto e si è sostanziata in un complessivo declino della nostra capacità economica. Alla fine degli anni Cinquanta, Guido Piovene compiva un lungo viaggio dal Trentino fino alla Sicilia che diventò un classico della saggistica dell’epoca “Viaggio in Italia”. Vi si raccontava un Paese del fare, fiducioso, laborioso, impegnato nel costruire il futuro. Se rifacessimo lo stesso viaggio potremmo palpare con mano, oltre alla fredda logica dei numeri, un declino che è negli occhi della gente, nella sfiducia, in quei disoccupati che hanno rinunciato a cercare un lavoro, nei suicidi, nell’abbandono dei luoghi.

La “decrescita tragica” si sostanzia nelle disoccupazione, nell’immobilismo, nella burocrazia ipertrofica, nella mancata innovazione, nella negazione al futuro per le giovani generazioni. Nel 1992 fra le aziende pubbliche spiccava la Sme, una grande holding agro-alimentare, in grado di competere con la Nestlé svizzera o all’Unilever olandese. Forte nella ristorazione e distribuzione, godeva di ottima salute, il suo bilancio consolidato era di 5.869 miliardi di lire, strategica in un Paese che vanta il miglior cibo e cucina del mondo. La Sme fu spacchettata e venduta.

Il declino italiano coincide con un’ubriacatura europeista, che più di tutto ha significato una sottomissione ad interessi eterogeni, spesso opachi, nello spodestamento dello Stato a vantaggio di centri decisionali privi di investitura popolare. L’Italia è a uno snodo cruciale della sua vicenda storica ed economica, continuare a correre nel declino fino al declassamento ad un rango marginale oppure reagire, dare inizio a uno scatto di orgoglio che dia voce e forza alle tante capacità di cui il nostro Paese è animato, a una riappropriazione del nostro sedimento secolare e del valore con cui abbiamo contribuito alla civiltà umana.

In questi giorni, in una stagione che rinnova la debolezza della politica, tornano in agguato poteri forti internazionali con complicità interne e si torna a parlare di dismissione di altri gioielli di quella che fu l’industria di Stato. Pezzi pregiati che fanno gola alle holding estere.

Nel nuovo millennio sovranità nazionale significa soprattutto sovranità economica, capacità di decidere i propri destini, nel rispetto delle proprie vocazioni e peculiarità storiche. La geografia economica ci dice che l’Italia è una nazione di trecentomila chilometri quadrati e circa 60 milioni di abitanti, privo di grandi risorse naturali. Il nostro benessere è stato costruito da una capacità manifatturiera e di trasformazione, dall’abilità nel realizzare prodotti unici applicando il nostro valore culturale. Questa lezione della storia non va dimenticata.

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