Renzi fa davvero paura (al Pd)

By Enrico Strina

ottobre 14, 2013 politica

Momenti topici: i punti di svolta in politica avvengono in queste fasi. Matteo Renzi è il protagonista del momento topico attuale. Unico vero leader papabile per le primarie del Pd, con Letta alle prese con le beghe di governo e con un appeal in fatto di leadership che appare più gonfiata dalla carica istituzionale che da una vera vicinanza con gli elettori. Unico vero leader e basta probabilmente, con Berlusconi sulla via dei servizi sociali e con il centrodestra che non riesce ad esprimere un candidabile di un certo livello e questa di certo non è una novità. Renzi ora fa paura davvero: non solo è il probabilissimo prossimo candidato democratico a Palazzo Chigi, ma sicuramente sarà nei titoli di testa per tantissimi anni, a meno che non si faccia qualche autogoal di quelli clamorosi.

D’altronde è giovane e soprattutto ha un valore che a sinistra (categoria superata per prima proprio dal sindaco fiorentino) si è perso almeno da inizio anni ’80: il sapersi rapportare con chi va alle urne. Non ci voleva uno scienziato per capire che l’amnistia era abbastanza invisa all’elettorato in generale, soprattutto, in queste settimane, a chi lega quest’argomento al futuro legale-personale-giudiziario di Silvio Berlusconi. E non ci voleva un genio per capire che il rapporto Pd-Pdl si è usurato, dapprima per le differenze politiche che era naturale (ma davvero?) uscissero fuori in un periodo di governicchio insieme che, più che grosse-koalition, sembra una modesta coalizioncina di liste civiche da Comune in bancarotta del centro-sud.

Renzi non ha poteri magici. Semplicemente fa le cose che gli sembrano logiche e che, ad oggi, sembrano logiche alla buona maggioranza dei follower piddini. Ad esser cattivi potremmo degradarlo alla qualifica di “ottimo mercante”, perché sa aggiustare la sua rotta in quella virtuosa via di mezzo che sta tra la propria proposta e la sensibilità del pubblico. Una navigazione tra “essere” e “dover essere” che è possibile soltanto a chi è capace a partecipare al gioco senza i lacci e i lacciuoli imposti dalle appartenenze partitiche. E proprio qui arriva il terreno scivoloso sotto i piedi dell’attuale favorito: il Pd a Renzi proprio non piace. È una macchina con cui ci si deve misurare ma da cui il nostro protagonista vuole fuggire. Il partito non è più da considerarsi come una casa, bensì come uno strumento: può rappresentare al massimo un aiuto, un elemento in più per farsi le spalle più forti ma non può essere un limite né tantomento una struttura di intralcio allo svolgimento di una narrazione politica che deve fluire libera. E come dargli torto?

La difficoltà di manovra dei suoi predecessori, Bersani in primis, è stata in primo luogo deputabile proprio alla elefantiaca struttura democrats. Qui si gioca la vera rivoluzione culturale-politica renziana: se l’afflato leaderistico è ormai cosa conosciuta (e i primi maestri si chiamano Craxi e Berlusconi), ora è il momento di far diventare il Pd un partito “liquido”, più agile e, francamente, meno rompiscatole verso chi si propone di stare in testa al Paese per almeno un decennio. Un momento topico.

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