Pacificazione vs deberlusconizzazione

By Federico Punzi

ottobre 6, 2013 politica

Ciò che abbiamo previsto più volte nei mesi scorsi come effetto del perverso rapporto tra politica e magistratura sta cominciando a delinearsi. Non è tanto il fatto in sé dell’esclusione di Berlusconi dalle istituzioni, ma è il modo in cui sta avvenendo, il “come” è stato abbattuto, cioè per via giudiziaria, a generare un frutto amarissimo e gravido di conseguenze nefaste per la nostra democrazia. Nessuno, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsene più di tanto. Non si tratta solo del cittadino e leader politico Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si stava esaurendo. Il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all’ordine del giorno. Non la sua successione, né la nascita di un centrodestra “moderno” ed “europeo” (a proposito, perché, la sinistra lo è?).

Alcuni si illudono, purtroppo, che una volta superata l’anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale e le carriere politiche di tutti potranno proseguire indisturbate. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Sembra questa purtroppo anche l’illusione dei “diversamente berlusconiani”. E cioè che la pacificazione, sotto i cui auspici era nato questo governo di “larghe intese”, possa passare anche da questo, e cioè dalla “deberlusconizzazione” del centrodestra. Con un Pdl deberlusconizzato il Pd è disponibile a governare senza problemi, a deporre l’ascia di guerra e a fare le riforme. “The show must go on”.

Ma il modo in cui è stato fatto fuori Berlusconi – la persecuzione per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla completa estromissione dalle istituzioni – rappresenta un monito, e allo stesso tempo un’ipoteca, su qualsiasi leadership futura. I futuri leader di centrodestra – in modo direttamente proporzionale al loro consenso e alla loro determinazione nel voler rompere lo status quo del paese – subiranno lo stesso trattamento. Detto in altre parole: non verranno demonizzati e perseguitati fintanto che appariranno “responsabili” (leggi subalterni e “conformati”). Questa non è una pacificazione, ma una resa culturale prim’ancora che politica. Significa arrendersi al fatto che saranno i magistrati, i giornali delle élite e la sinistra (proprio in questo ordine) a sceglierseli, a legittimarli, in modo che siano avversari da battere agilmente o al massimo da poter cooptare in un governo di coalizione.

I molti applausi ricevuti dagli alfaniani in questi giorni, come due anni fa dai finiani, dovrebbero suonare come altrettanti campanelli d’allarme. Il guaio di operazioni come quella di Fini ieri, e probabilmente di Alfano oggi, è che pur essendo apprezzabile il proposito di andare politicamente oltre Berlusconi, mancano la forza, il coraggio, il “quid” di mostrarsi non subalterni alla sinistra e al pensiero mainstream. E non c’è da sorprendersi se poi gli elettori di centrodestra diffidano. Come ha spiegato anche Galli Della Loggia domenica sul Corriere, Alfano non avrà futuro come leader del centrodestra, e non riuscirà a dar vita ad una destra “moderna” ed “europea”, se, come Fini, non riuscirà a divincolarsi dalle lusinghe e dall’abbraccio ideologico della sinistra, ma ovviamente nemmeno una deriva “trogloditica” e “sovversiveggiante” può garantire un futuro al centrodestra.

Senza una leadership capace di rappresentare in modo vincente ciò che per loro Berlusconi ha rappresentato in questi vent’anni, gli elettori di centrodestra non dimenticheranno il Cav e non ci sarà una vera pacificazione nel paese, bensì una rancorizzazione permanente. Quella in corso, purtroppo, è una pacificazione per “deberlusconizzazione”, per “damnatio memoriae” del nemico, dunque in realtà è una “neutralizzazione” del centrodestra, mentre in questa legislatura si sarebbe potuta/dovuta avviare una pacificazione con tutto ciò che Berlusconi ha rappresentato in questi anni per il suo elettorato. Questo è un paese a cui di fatto si vuole impedire di avere un centrodestra vincente. Al massimo, si tollera un centro subalterno, che la sinistra può a seconda delle circostanze usare come stampella o come oppositore di comodo, di “regime”.

Ciò significa che continuerà a non esserci alcun riconoscimento, alcuna legittimazione reciproca tra milioni di italiani di sinistra e milioni di italiani che di sinistra non si sentono. E’ qualcosa che viene da prima di Berlusconi e che sopravviverà a Berlusconi, un odio profondo tra due Italie che continueranno a combattersi come nemiche anziché come avversarie.

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