Falchi o colombe? Polli

Non entriamo nella contesa. C’è ancora troppa confusione per poter dire con certezza da che parte stare. Ed è evidente anche al più disattento degli osservatori che a guidare la scelta tra l’ala berlusconiana e il resto del centrodestra sono più gli interessi (legittimi) che gli ideali.

C’è però una questione che la classe dirigente del centrodestra nazionale non può più rifiutarsi di affrontare. Nel 2001 la Casa delle Libertà raccolse il 49,56% del consenso. Si tratta di un dato che garantirebbe oggi una salda maggioranza sia alla Camera che al Senato e che pare lontano anni luce dai pallidi risultati elettorali di Pdl e alleati. Se, però, si fa la somma algebrica di tutti gli eredi di quella “gloriosa” alleanza si scopre che, in pieno boom grillino, nel 2013 i partiti figli di Forza Italia, Udc, Lega e An raggiungono un sostanzioso 39.8% dei consensi. Cifra che anche oggi, nonostante tutto, garantirebbe una maggioranza netta nei due rami del Parlamento.

È la dimostrazione, prima politica e poi matematica, che i “moderati” evocati tante volte sono ancora una maggioranza silenziosa di questo paese. Che gli italiani, anche in presenza di una classe politica votata al suicidio collettivo, non si rassegnano a consegnarsi ad una sinistra sempre troppo uguale a se stessa.

Chi avrebbe dovuto garantire una rappresentanza unitaria al centrodestra e una prospettiva di governo duraturo e coraggioso, ha scelto di giocare al piccolo zoo e di trastullarsi tra falchi, colombe e pitoni. Questa sedicente classe dirigente ha condannato tutti noi all’irrilevanza, decidendo di passare alla storia con un record da guinness: aver trasformato una maggioranza strutturale in una chiassosa e impresentabile minoranza. A questi geniali Re Mida rovesciati qualcuno un giorno chiederà conto di tutto questo. E nessuno – ripetiamo: nessuno – può sentirsi escluso da questa chiamata in correità: chi nel 2006 si nascose in campagna elettorale (Fini, Casini e compagnia centripeta), chi non ha mai creduto che il centrodestra potesse trasformarsi in qualcosa di più di un coreografico comitato elettorale, chi ha oscillato troppo a lungo tra bavosa fedeltà al Cavalieree conversioni anti-berlusconiane sulla via di Damasco.

La verità è che, con tutti i suoi difetti, Berlusconi nel 1994 ha rappresentato una discontinuità capace di dare al centrodestra coscienza di esistere e qualche buona idea. Da allora i moderati italiani non hanno prodotto più nulla, né in tema di forma politica né in materia di idee. Mentre nel resto del mondo crescevano i Cameron, le Merkel, i Sarkozy e i Bush, qui siamo rimasti appesi all’improvvisazione e alla speranza di un posto al sole, meglio se ben retribuito. Serve un reset che permetta di ricominciare a scrivere su un quaderno bianco, sgombro da retropensieri e rivendicazioni incrociate. Serve gente che la smetta di essere schizzinosa e prevenuta, pronta a spaccare il capello in quattro per mettere in difficoltà i compagni di viaggio e sempre troppo morbida quando si tratta di andare in battaglia o di sostenere idee poco mainstream. Un centrodestra così non durerebbe più di sei mesi in nessun posto nel mondo. È andato avanti per vent’anni: si godano il deserto che ci hanno costruito intorno e si facciano da parte.

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