Gli inganni dei guardiani della spesa

By Federico Punzi

settembre 23, 2013 economia politica

Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell’economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L’aumento dell’Iva sembra diventato inevitabile perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c’è fretta. E le dismissioni? Prima il “road show” (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l’aumento dell’Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.

Il giochetto è chiarissimo: dietro l’alibi dei conti pubblici, della “responsabilità”, dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c’è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell’economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l’anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l’una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l’aumento dell’Iva) dai loro bilanci.

Le fantastiche 7 proposte di Brunetta – tra anticipi, rinvii e una tantum – danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure “spot” e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d’oro può valere da un miliardo, nell’ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell’ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d’oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review “zero-based”, l’adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.

I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l’aumento dell’Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l’Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all’opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della “responsabilità”, della “stabilità” e dei vincoli europei. La “stabilità” dell’attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché – si dice – non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l’indicare nell’evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.

Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review “dal basso”, per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività

Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all’origine dell’improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato anche a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E’ avvenuto subito dopo l’incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle “larghe intese” sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l’aumento dell’Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri “punti” dopo l’Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.

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