Un sistema a rischio implosione

By Redazione

agosto 2, 2013 politica

Il day after è come un incubo che si materializza. La visione del vuoto si spalanca davanti agli occhi di chi non immaginava che il sistema politico potesse collassare. È bastata una sentenza di condanna dell’uomo che ha segnato la vita italiana nell’ultimo ventennio perché uno shock violento irrompesse nelle istituzioni fino a farle tremare, mettendone così a nudo la fragilità e le contraddizioni che, pur presenti alla classe politica, non si sono volute sanare finché c’era modo e tempo per farlo.

Adesso è tardi, terribilmente tardi. Il cortocircuito che si è prodotto tra i poteri dello Stato è insanabile con le ordinarie procedure: si sarebbe dovuto agire quando si paventava la crisi e se ne scorgevano i prodromi, ma adesso è difficile se non impossibile rimettere a posto i tasselli che sono stati spazzati via da uno tsunami non certo provocato dalla Corte di Cassazione, ma dall’insipienza di chi avrebbe dovuto preservare l’ordinamento costituzionale impedendo che la logica conclusione dell’intromissione di un potere nell’altro avrebbe determinato la situazione che abbiamo davanti.

Come si può pensare che un governo composto da partiti antagonisti e tenuto insieme soltanto dalla ragion di Stato e forse da uno sbiadito senso del bene comune possa continuare nella sua funzione con il leader di una delle forze che lo sostengono in procinto di andare in galera? E come è possibile reggere alla tensione che questa condizione provoca per due, tre mesi, almeno fino a quando la sentenza non diverrà esecutiva, senza che nulla accada, come se chi guida il Paese si nascondesse in un limbo per non essere coinvolto? E come è ipotizzabile la convivenza tra diversi – momentaneamente incollati alle loro responsabilità – quando uno dei contraenti il “patto” di collaborazione si appresta ad appoggiare la decadenza da senatore di Berlusconi, come prescrive una legge tanto rigida quanto sciagurata recentemente varata, e poi a prendere atto della sua ineleggibilità?

E ancora: come si può uscire da una stagnazione del genere senza la “copertura” di una legge elettorale che garantisca stabilità e rappresentatività, legge che finora non si è voluta varare mentre doveva essere il primo (e forse il solo) provvedimento che una maggioranza “strana” quant’altre mai avrebbe dovuto approvare proprio in vista di una crisi sistemica senza sbocchi?

Se questo è il quadro sul quale ognuno potrà esercitarsi aggiungendo elementi che ne rendono più lividi i colori, è opportuno ricordare, senza nascondersi dietro ipocrisie di comodo, che quanto è avvenuto – non la condanna, sia chiaro, ma l’espulsione di un leader dalla politica parlamentare come conseguenza di essa – non sarebbe stato possibile se fosse stata ripristinata l’immunità parlamentare che nella tormenta di Tangentopoli venne abrogata da una classe politica tanto vile quanto incapace. I costituenti la vollero, all’art. 68 della Carta, non certo come un privilegio castale, ma per contrapporre una guarentigia sostanziale alla possibilità che un altro potere dello Stato irrompesse nella sua sfera mettendo a repentaglio l’autonomia della politica e la legalità democratica.

In venti anni non la si è voluta ripristinare, nelle forme e nei modi in cui era congegnata, temendo ondate populiste aizzate da chi ha inteso la politica appunto come subalterna tanto alla magistratura che ai cosiddetti poteri forti. L’aborrita “autorizzazione a procedere” garantiva, almeno fino a quando il mandato parlamentare veniva esercitato, affinché non si producessero situazioni di illegittimità nella sfera parlamentare e governativa tenendola al riparo da possibili alterazioni. Ciò non vuol dire che la Camera ed il Senato non potevano concedere alla magistratura il “permesso” di indagare su un proprio appartenente: era possibile ed accadeva, ma previa una discussione ed un approfondimento del “caso” onde evitare appunto ingerenze tali da mutare il responso popolare.

Inutile negarlo: tanto il centrodestra che il centrosinistra sono stati ciechi e sordi all’esigenza di garantire parità di condizioni nell’esercitare autonomamente i poteri costituzionali, lasciando scoperto quello politico e copertissimo quello giudiziario. Un’anomalia destabilizzante che ha fatto scendere la notte sulla Repubblica.

Berlusconi non esce di scena; il Pd vi vuole rientrare con le carte in regola come se bastasse l’intempestiva e banale dichiarazione di Epifani poco dopo la pronuncia della Cassazione a mondare il suo partito dalla “colpa” dell’alleanza con il Caimano; comprimari di non eccelse virtù soffiano sul fuoco irresponsabilmente. Tutti contro tutti. La gente è frastornata. Che fare, si chiederebbe Lenin? Nessuno sa dare una risposta. Ecco la tragedia.

© Il Tempo, 3 Agosto 2013

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