Il capro espiatorio

By Redazione

agosto 2, 2013 politica

Corruzione, falso in bilancio, concorso esterno in associazione mafiosa, riciclaggio, concorso in strage, frode fiscale, corruzione giudiziaria, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita, reati contro la PA, aggiotaggio, insider trading, rivelazioni di segreto d’ufficio, concussione, favoreggiamento alla prostituzione minorile, abuso d’ufficio, vilipendio all’ordine giudiziario.

Non è l’indice di un manuale di diritto penale ma sono i reati contestati in oltre 30 procedimenti a carico di Silvio Berlusconi; una caccia all’uomo durata vent’anni, che non ha eguali in alcun Stato di diritto. Tranne omicidio e crimini di guerra, il Cavaliere è stato, in pratica, accusato di ogni reato immaginabile; c’è ancora un po’ di tempo per imputargliene altri.

Ma non solo Berlusconi: il gruppo Fininvest, una delle più grandi aziende del Paese, un patrimonio da difendere nell’economia nazionale, è stata oggetto di oltre 100 procedimenti penali che hanno coinvolto 112 fra manager, dipendenti e collaboratori del Gruppo. L’azienda ha dovuto pagare 133 legali e 69 consulenti per difendersi in oltre 2.500 udienze; più di due milioni di pagine di documenti aziendali sono state sequestrate in quasi 500 perquisizioni subite. Sorprende come una holding quotata in borsa con interessi anche all’estero, sia riuscita a sopravvivere a questa tempesta giudiziaria. E forse un giorno, riusciremo anche a quantificare l’impressionante mole di soldi pubblici spesi per tutto questo.

Sono numeri che spaventano in un Paese dove la gente ammuffisce in carcere in attesa di sentenze e processi che non arrivano mai e in cui la giustizia italiana è presa a modello negativo per malfunzionamenti e lentezze; eppure centinaia di magistrati, in questi anni, hanno impiegato il loro tempo a perseguire un singolo uomo e l’intero mondo economico e politico che attorno a lui ruotava; con loro, interi apparati mediatici espressione di gruppi industriali e finanziari che da sempre muovono interessi sotterranei nella vita economica del paese.

Alla fine ce l’hanno fatta. Berlusconi è stato condannato; è stato raggiunto il punto di non ritorno di una democrazia in cui la politica e la sovranità popolare soggiacciono al potere incondizionato della magistratura. Oggi è definitivamente chiaro che il principio costituzionale della separazione dei poteri non serve a bilanciarli tra loro ma a svincolare uno di essi, la magistratura appunto, da qualsiasi controllo e limite; perché in Italia, la giustizia è uguale per tutti tranne che per i magistrati.

In questi anni non abbiamo assistito ad una persecuzione giudiziaria ma a qualcosa che va oltre: a una vera è propria sindrome maniaco-ossessiva che ha coinvolto intere aree di potere in una caccia all’uomo incredibile. Non poteva essere altrimenti: una parte considerevole della magistratura, espressione di una casta autoreferenziale che per assunto costituzionale è incontrollabile, deve la sua fortuna, la sua carriera e la sua fama, solo ed esclusivamente all’imputato Berlusconi; indagarlo e perseguirlo ha significato in questi anni garantirsi fama e visibilità aumentando le proprie quotazioni in termini di carriera e tutela corporativa.

Giornalisti e gruppi editoriali, i cui padroni rappresentano l’establishment industriale e finanziario da sempre ostile a quel progetto di cambiamento del Paese, hanno alimentato un odio ideologico che è servito a giustificare l’esistenza del mostro da abbattere.

Da tutto questo Berlusconi non poteva salvarsi. Le ragioni non erano giuridiche o politiche, ma antropologiche. Berlusconi, in questi anni, è stato il capro espiatorio, la vittima sacrificale di un Paese stritolato nel suo moralismo ipocrita, in cui l’eccellenza, la capacità, l’abilità, la fortuna, la ricchezza e il coraggio, sono colpe imperdonabili. Un Paese conformista, mediocre, dominato da caste in cui privilegi, automatismi di carriera e compromessi sono la regola del funzionamento. Un Paese attaccato per 20 anni ai conflitti d’interesse di Berlusconi (così chiari ed evidenti da essere inutilizzabili) per coprire i conflitti d’interesse veri, quelli nascosti e indicibili. Un Paese che non gli ha perdonato di essere sceso in campo sbaragliando schemi di dominio già fissati.

Qualche tempo fa, l’ex magistrato Antonio Di Pietro, ha dichiarato che il suicidio di Raul Gardini, ai tempi di Mani Pulite, fu per lui un “coitus interruptus”; questo pezzo di paese, che riesce a fare schifo pure in un’intervista, oggi può finalmente godere.

Nel 1951, Ernst Jünger, scrisse: “Non vi è destino più disperato che essere catturati in una spirale dove il diritto viene usato come arma”. Da ora, in Italia, questa spirale potrà catturare chiunque di noi.

© Il Tempo, 1 Agosto 2013

(tratto da “Il blog dell’Anarca)

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