Condannata la democrazia

By Redazione

luglio 31, 2013 politica

Qualunque sia la sentenza della Cassazione, che la condanna a Berlusconi venga confermata o annullata, con o senza rinvio, ormai il danno inferto alla nostra democrazia è irreparabile. Né l’uno né l’altro esito ormai basterebbero a ristabilire la credibilità della giustizia, e quindi della democrazia in Italia. Bisogna cominciare a chiedersi se questo paese sia riformabile per via democratica. Le burocrazie statali e locali, le alte magistrature, i poteri corporativi, il “partito della spesa” – trasversale, potendo ormai contare probabilmente anche su una maggioranza numerica nelle urne, tanti sono elettori e imprese che sopravvivono o prosperano di spesa pubblica – e infine il “partito delle procure”, hanno dimostrato in questi anni di poter respingere o neutralizzare qualsiasi tentativo – attacco frontale o approccio sobrio – di cambiare gli equilibri politici nelle istituzioni che contano, e quindi qualsiasi cambiamento che andando oltre una mera manutenzione compromettesse l’assetto di potere esistente e l’enorme mole di denaro dei contribuenti che gli serve per sopravvivere.

Attenzione: non intendo dire che solo Berlusconi avrebbe potuto cambiare questo paese. Anzi, ha avuto la sua occasione e, fra tragici errori e formidabili attenuanti, l’ha mancata. Ma la storia di questi vent’anni, il “caso Berlusconi”, ciò che gli è capitato da quando è “sceso in campo”, come è stato combattuto – cioè, non politicamente, ma usando la via giudiziaria per estrometterlo dalla vita politica del paese, per impedirgli di rappresentare una metà degli italiani – pongono una serissima ipoteca sul futuro, sulla cosiddetta “Terza Repubblica”. No, qui non si tratta di Berlusconi, il quale anzi, comunque andrà, quasi sicuramente potrà vantare una sorta di vittoria morale, continuando ad essere considerato il leader almeno simbolico di molti milioni di italiani nonostante il fallimento politico di non essere riuscito a cambiare l’Italia.

Si tratta di chi vorrà provarci dopo di lui. A prescindere dal giudizio di ciascuno di noi su Berlusconi, infatti, e dalle verità giudiziarie che emergeranno da questo o da altri processi, c’è un fatto politico inconfutabile per chiunque sia dotato di una minima onestà intellettuale: il “fumus persecutionis”. Un fatto che ormai nemmeno l’annullamento della condanna da parte della Cassazione basterebbe a confutare. A questo punto siamo giunti. Probabilmente mai in tutta la storia dell’umanità sono stati mobilitati da parte di un potere pubblico così tanti mezzi – finanziari e umani – per un periodo così prolungato di tempo contro un sol uomo. Per incastrarlo, dal momento che in  gran parte le inchieste su Berlusconi non hanno preso avvio da una notizia di reato, ma da un pregiudizio di reato, partendo cioè dal presupposto che nelle innumerevoli attività e conoscenze di quest’uomo qualcosa di illecito doveva pur averlo commesso, e quindi nella convinzione che dilatando all’inverosimile le indagini, gettando ripetutamente una rete a strascico, qualcosa sarebbe comunque rimasto impigliato.

E forse sì, può darsi che alla fine qualche peccatuccio sia venuto alla luce. Ma quanti di noi sarebbero usciti perfettamente puliti dopo uno screening di tal portata e durata? Piuttosto, c’è da stupirsi che non sia emerso qualcosa di ben più grave di un incerto reato fiscale su una somma pari all’1% di quanto Mediaset ha comunque versato e di una incertissima concussione per ottenere di non far passare una notte in carcere a una ragazza minorenne. No: 41 processi in vent’anni, con un dispiegamento impressionante di mezzi giudiziari e mediatici, danno il senso di una persecuzione politica, di un accanimento giudiziario. Il sospetto che chi osa toccare, o anche solo pensare di toccare, certi fili (e certe “casse”) muore, è più che fondato. Quanto meno molti italiani, una fetta non irrilevante, se ne sono ormai convinti.

Quasi tutti i commentatori, di ogni tendenza politica, concordano nell’osservare che questa sentenza non muterà di molto l’opinione degli italiani su Berlusconi. Scusate, ma vi pare normale? Se, in caso di conferma della condanna, una parte consistente di italiani continuerà a difenderlo e a considerarlo il suo leader, e se gli italiani che lo odiano non daranno comunque credito ad una sentenza di annullamento, e continueranno a ritenerlo colpevole, vuol dire che la giustizia nel nostro paese è del tutto screditata, che gli uni e gli altri in cuor loro sanno benissimo che si tratta di una giustizia politica. In nessuna democrazia, d’altra parte, un uomo politico sarebbe potuto sopravvivere politicamente non dico a una condanna, ma persino a una sola inchiesta di quelle subite da Berlusconi. A meno che…. A meno che non fosse chiaro all’opinione pubblica che il personaggio in questione è in realtà oggetto di una persecuzione. A meno di non credere che a milioni gli italiani, e di diverse generazioni, siano o totalmente rincretiniti o delinquenti, occorre cercare un’altra spiegazione.

Il guaio è che prima o poi Berlusconi passa, questa magistratura invece ce la teniamo. Gli italiani sono in qualche misura autorizzati ad essere assuefatti alla giustizia politica, al barbarismo mediatico, e alla guerra civile permanente. Sono giustificati se si preoccupano della terribile crisi che lo Stato ha interamente scaricato sulle loro spalle, ma dalla classe politica, almeno di centrodestra e liberale, è lecito aspettarsi una maggiore consapevolezza.

E invece i più “responsabili” del Pd sotto sotto si augurano l’assoluzione di Berlusconi, o almeno il rinvio, solo perché così il governo delle “larghe intese” può andare avanti e continuare ad occuparsi “responsabilmente” della crisi, e allo stesso tempo ammoniscono il Pdl: tenete separata la vicenda giudiziaria del vostro leader dalla sorte dell’esecutivo; Renzi continua a ripetere come un disco rotto che Berlusconi si augura di mandarlo in pensione alle elezioni, non in galera; e persino i berlusconiani, sia le “colombe” che i “falchi”, mostrano di essere disposti a convivere, in fondo, con una magistratura che amministra in modo lento e inefficiente la giustizia, ma che mostra una celerità e una meticolosità stupefacenti quando si tratta di cacciare dalle istituzioni e dalla vita politica del paese il leader in cui si riconosce almeno un terzo degli italiani.

Le prime, le cosiddette “colombe”, illudendosi di poter conservare oggi le proprie poltrone sotto l’ombrello del governo di “larghe intese” voluto da Napolitano, e un domani di poter proseguire le loro mediocri carriere all’insegna di un neo-centrismo marginale, del tutto inoffensivo, anzi funzionale allo status quo. Ma anche i secondi, i cosiddetti “falchi” del Pdl, che strepitano ostentando la certezza che la leadership di Berlusconi uscirà persino più forte in caso di condanna definitiva, mostrano di essere solo interessati ad ereditare una ridotta, una specie di “Msi” berlusconiano.

Nessuno, insomma, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsi più di tanto di ciò che significa per il paese, non solo per Berlusconi, un leader politico perseguitato per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla sua estromissione dalle istituzioni. E ripeto: non si tratta di Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si sta esaurendo. Non è eterno, d’accordo, ma il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all’ordine del giorno oggi, non la sua successione. Alcuni liberali si illudono, purtroppo, che una volta superata l'”anomalia” Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Nient’affatto, scordatevelo: si tratta di una magistratura che rivendica il potere, e se ne è ormai appropriata, di “selezionare” la classe politica. Che da ordine, come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio “contro-potere”, del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista.

Si tratta di chi verrà dopo Berlusconi: chi avrà a disposizione le risorse, economiche e di consenso popolare, e vorrà rischiarle, per resistere un solo mese agli assalti del “partito delle procure”? I futuri leader di centrodestra – in modo direttamente proporzionale al loro consenso, e alla loro determinazione nel voler cambiare il paese – subiranno lo stesso trattamento. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall’estremismo forcaiolo. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare, come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l’ultima parola.

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