Volgare e corretto (politicamente)

By Redazione

luglio 17, 2013 politica

Ma che Paese è diventato l’Italia? Che popolo siamo, noi italiani, se abbiamo perso confidenza e abbiamo perfino paura della nostra lingua, se siamo tanto suggestionabili da un’opinione pubblica che – di fatto – ha smesso di essere un’opinione, perché tra l’altro, è espressa da un linguaggio manipolato e consunto che intimamente non significa più nulla?

«Il linguaggio è la casa dell’essere» recita una celebra frase di Heidegger, ma se la casa è rimasta vuota e i custodi sono fuggiti, noi abitiamo, come ora, in un paradosso, in una verità altra, artificiale e più condizionata da agenti esterni, della stessa aria malsana che respiriamo.

In nome di un’improbabile adesione collettiva a modelli di mero consumo, abbiamo fatto svanire il pensiero nel pensato, il sentimento nel sentito, la volontà nel voluto e, per giunta, la fede nel creduto.

Siamo un Paese così volgare e culturalmente tanto depravato che, un politico (mica uno qualunque, uno zotico vero) dà della scimmia a un ministro e la levata di scudi – lasciatemelo dire – è ancora più volgare, scialba ed insensata dell’offesa. Oh, ma non si può, ma che cosa terribile, che oscenità! E sai perché? Perché la ministro è una donna di colore. Questo è quanto.

Plagiati e quindi prigionieri di un falsobon tonideologico e di maniera, credendo di proteggerci, abbiamo alzato muri che non ci preservano affatto nelle nostre singole peculiarità di esseri umani, ma ci separano gli uni dagl’altri in caste, clan, enclave, tipologie sociologiche quasi lombrosiane. In natura non esistono le minoranze, non ci sono le fasce deboli, le quote rosa: semmai c’è solidarietà tra equali, compassione, comprensione, mutuo soccorso.

Tutto quel parlare di tutele, non solo ferisce nel suo intimo il concetto di uguaglianza, ma è un gioco sociale delle parti tra coloro che ci si sentono (o giocano a sentircisi), e quelli che furbescamente ce li fanno sentire minoranze (e un po’ minorati), in nome di un’idea marcia di democrazia, che è solo il risultato dell’equazione consenso uguale potere.

Viviamo in forza ad un’opinione pubblica contraffatta che non ammette differenze individuali ontologiche autentiche, e non le difende per statuto. Se regole che distinguono i buoni e i cattivi sono una specie gioco di società inventato da unaèlitecreata subdolamente a tavolino e alimentata ad arte per incentivare il consumo, la società che ne deriva è il contrario della democrazia. È qualcosa che sottrae umanità per dare indefinito e soporifero conforto collettivo. Pensare il singolo, in queste circostanze, diviene un atto sovversivo, così coltivare la propria identità è quasi un dovere morale dinnanzi all’Eterno.

L’essere, nella sua essenza, è talmente ineffabile, che garantire la sua libertà è un principio ancora più sacro della stessa democrazia. La libertà, infatti, anticipa e dà il senso originario alla democrazia. Nei nostri tempi con quale rapidità l’originale si muta in scontato, il fantastico in prosaico, il raffinato in volgare: è l’onda dell’opinione pubblica che cancella i caratteri permanenti dell’uomo mutandoli in mode effimere. Ma non penso, come contromisura, ad un ottuso, infantile ed impunito desiderio di libertà, che si ribella da vincoli morali e regole, ma ad un sentimento, a una tensione costante e autodeterminata verso un concetto di fedeltà più alta.

Se, come insegna Camus, si può tentare di essere santi anche senza credere in Dio, allora si può anche credere nella democrazia senza abbandonare il rispetto di sé, magari incastonandolo in un proprio stile, scevri dalla passione dell’obbedienza e dall’ossessione del comando.

Rifiuterei – se fosse per me, e qual ora qualcuno mi immaginasse degno di tale attenzione – ogni principio di tutela e protezione perché lo riterrei offensivo. Uguali e tutti diversi. Ecco cosa dovremmo essere, giudicati per le nostre azioni, per la qualità dei nostri sentimenti. Rispettati per quanto amiamo e per quanto siamo amati. E non c’è insulto che tenga e non c’è condizione altra, o meglio convenzione, che crei distinguo.

Se sei stronzo lo sei e basta, e non mi sta affatto bene non poter dare dello stronzo ad un mio simile a causa del suo colore della sua pelle, per la sua religione o per le sue tendenze sessuali. Non sono questi i motivi delle differenze e, soprattutto, non debbono esserlo. Per chi è libero, non è questo che conta. L’essere umano non è sola presenza fisica, categoria sociologica da analisi di mercato, ma progetto di vita. A volte, perfino capolavoro.

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