La lunga strada del presidenzialismo

By Redazione

luglio 14, 2013 politica

«Si deve giungere a una svolta effettiva nei metodi di governo, nel modo di concepire ed esercitare il potere, nei rapporti tra partiti, Stato e società, riaffermando pienamente i principi e linee della Costituzione e ponendo mano a riforme e misure capaci di garantire il corretto ed efficace funzionamento delle istituzioni». Questa dichiarazione che sembra essere legata al dibattito politico degli ultimi mesi è estrapolata dalla lunga relazione che Giorgio Napolitano tenne sul tema delle riforme, il 7 gennaio del 1981, davanti al Comitato centrale del Pci di cui era allora uno degli esponenti di punta.

Napolitano, in un altro passaggio, condannando le pratiche «dilatorie», affermò che «la crisi del rapporto tra partiti, masse, corpo elettorale non può essere irresponsabilmente negata o sottovalutata e va affrontata senza meschine preoccupazioni di autodifesa». Sono trascorsi oltre trent’anni da quando l’attuale capo dello Stato espresse quei concetti, molto condivisibili. Oltre un quartodi secolo, trascorso sostanzialmente invano, e di fronte al quale non possiamo non constatare di essere al punto di partenza, tanto che le dichiarazionidi Napolitano di allora potrebbero essere inserite in un discorso di oggi senza cambiare una virgola.

Mi è capitato pochi giorni fa di coordinare un dibattito sul tema del “Presidenzialismo” al quale hanno partecipato Schifani, Gasparri, Violante, Fitto, Sisto, Guzzetta e Finocchiaro. Il presidenzialismo appartiene all’esercizio trentennale come una delle opzioni possibili di riforma delle istituzioni della Repubblica. Lo è in una logica di riferimento a modelli avanzati di democrazia occidentale: la Francia e gli Stati Uniti.

Molto di frequente in tema di riforme costituzionali si commette un errore lessicale, che ne implica uno giuridico. Il linguaggio giornalistico, ampliamente accettato dalla classe politica e dalla pubblica opinione, marcano l’avvenuta transizione da una prima Repubblica a una seconda Repubblica, che a ben vedere è unafictio, come direbbero i giuristi. Non c’è stata, infatti, nessuna riforma organica della nostra Carta costituzionale tale da giustificare l’affermazione di un’avvenuta transizione dalla Prima alla Seconda repubblica. L’errore nasce dal voler considerare un complesso di eventi verificatisi nel triennio ’92-’93-’94 (Tangentopoli, il conseguente crollo di alcuni importanti partiti come la Dc e il Psi, l’affermazione della Lega quale fenomeno sociale e politico nel Nord, il tumultuoso irrompere di alcune procure nella vita politica) quale passaggio da unançien regimea un nuovo sistema costituzionale.

Così non è stato, perché senza nulla togliere, in termini di valore storico, a questi eventi, la crisi del sistema politico del dopoguerra innescata da complesse ragioni nazionali e internazionali, non è sfociata, come avrebbe dovuto, in un nuovo impianto costituzionale, in una riforma organica della Costituzione del ’47. Il testo originario ha subito alcune revisioni, approvate mediante leggi costituzionali, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione, ma nessuna riforma davvero incisiva di sue parti, se si fa eccezione con la controversa e confusa modifica di nove articoli contenuti nel Titolo V della seconda parte e relativi all’ordinamento territoriale dello Stato italiano.

Questo non significa che, a seguito dei rilevanti fatti del triennio ’92-’94, non ci furono significativi cambiamenti: il passaggio al biporalismo elettorale e al sistema uninominale per effetto dei referendum promossi da Mario Segni, il sistema per l’elezione diretta dei sindaci e il tatarellum nelle Regioni. Fino alla chiara indicazione del candidato premier da parte degli schieramenti. “Riforma costituzionale implicita” l’ha definita Giovanni Sartori.

L’equivoco ha spesso portato a paragonare la mancata transizione italiana alla vera e reale transizione che si ebbe in Francia, nel 1958, col passaggio dalla compromessa quarta Repubblica alla quinta Repubblica, voluta dal generale Charles De Gaulle. Tangentopoli sarebbe stato per l’Italia quello che fu l’Algeria per la Francia. Un parallelismo che, al di la di certe suggestioni, non regge, perché in Francia Charles De Gaulle seppe raccogliere il consenso necessario ad approvare un disegno organico e compiuto che segnò il passaggio da un debole sistema parlamentare a quello centralizzato e semipresidenziale, ancora perfettamente vigente, della quinta Repubblica.

In Italia il dibattito sulla riforma costituzionale è storicamente di molto anteriore a Tangentopoli e ai primi anni Novanta. Un cammino che parte dalle esercitazioni teoriche di una ristretta elite fino al riconoscimento generale, ma pieno di ipocrisie e di affermazioni di sola facciata, della necessità di una riforma.

Le ragioni del presidenzialismo, anche se si tende ad assimilarla a una sola posizione di destra, in realtà, sono più diffuse. Sono ben note le posizioni espresse da Piero Calamandrei, a favore del presidenzialismo, in seno all’assemblea Costituente, insiemea LeoValiani, futuro senatore a vita. Il fine giurista scriveva il 5 settembre 1946 su «Italia Libera»: «Non è indispensabile che si adotti integralmente in Italia lo schema della repubblica presidenziale quale è in vigore in America; basterebbe che ad essa ci si avvicinasse in un punto, che è quello dell’innalzamento e rafforzamento dell’autorità del capo del governo, attraverso l’approvazione solenne – popolare o delle assemblee legislative almeno – del piano in cui sia fissata la politica che intende seguire».

Nel 1964 l’ex ministro Randolfo Pacciardi fonda ilMovimento per una nuova Repubblicache propone l’adozione di un modello presidenzialista. L’anno successivo il costituzionalista Giuseppe Maranini, insieme a Luigi Astuti, Serio Galeotti, Silvano Tosi e Salvatore Valitutti fonda l’Alleanza Costituzionale. Non è una formazione politica, bensì un gruppo di intellettuali composto da studiosi ed anche da parlamentari che elabora proposte di modifiche alla costituzione repubblicana in direzione di una maggiore separazione dei poteri e auspica una legge elettorale in senso maggioritario. Tra i firmatari ci sono anche giuristi del calibro di Vezio Crisafulli e Pietro Rescigno, politici come Giuseppe Pella, il filosofo della scienza Paolo Rossi.

Nel 1969 anche in seno alla sonnolenta Dc nasce il gruppo “Europa70″organizzato da Bartolo Ciccardini che si dichiara favorevole alle elezioni presidenziali dirette e alla riforma elettorale maggioritaria. Nel 1979, invece, e la destra a intraprendere il tema delle riforme, Giorgio Almirante legò il congresso del Msi-Dn di Napoli al programma per una nuova repubblica presidenziale, contrapposta a quella che il leader missino definiva essere la “repubblica dei partiti”, con un disegno organico di riforma costituzionale elaborato dal deputato Franco Franchi e presentato nel 1983.

La storia recente di grandi nazioni democratiche  ci dimostra come molte Costituzioni siano state revisionate.  La Francia è passata dalla IV alla V Repubblica, che ha sancito il sistema semipresidenziale in luogo di quello parlamentare. In Germania nel 2006 è stato portato a termine il più importante (Föderalismusreform), provvedimento di modifica dell’assetto costituzionale che ha rivisto la Legge Fondamentale (Grundgesetz)del 1949.

La Gran Bretagna – nel secondo mandato di Blair – ha attivato la cosiddetta devolution concedendo ampi margini di autonomia alla Scozia e al Galles. La Spagna ha una Costituzione giovane del 1978 varata dopo la fine del franchismo. Le ragioni del Presidenzialismo erano fondate negli anni Ottanta, lo appaiono ancor più oggi per effetto di quello che è accaduto nella Costituzione materiale dove, sia detto senza alcuna polemica, abbiamo assistito all’affermarsi e all’espandersi di una prassi in cui la figura del Presidente della Repubblica non è più certo quella “notarile” di Einaudi, Gronchi, Saragat o Leone. Il Presidente della Repubblica è molto più attivo, più politico, più interventista. In alcuni casi questo nuovo ruolo si è rivelato opportuno.

È avvenuto già con Francesco Cossiga, poi con Scalfaro, Ciampi e poi l’attuale Presidente Giorgio Napolitano. Lo dico in maniera assolutamente asettica, come constatazione oggettiva. Con grande onestà intellettuale il Presidente Napolitano ha riconosciuto, in un suo recente intervento: «In questi anni al Quirinale ho potuto meglio comprendere – ha detto Napolitano – come il presidente della Repubblica italiana sia forse il capo di Stato europeo dotato di maggiori prerogative. Gli altri capi di Stato “non esecutivi” hanno in generale poteri molto limitati. Il solo al quale, oltre a rappresentare l’unità nazionale, la Costituzione attribuisce poteri in vario modo precisi e incisivi è quello italiano».

All’epoca della presidenza Segni, alcune forze parlamentari giunsero a minacciare l’impeachment per alcuni contenuti interventi in politica estera dell’allora Presidente. Oggi, invece, appare del tutto normale, che il Quirinale intrattenga contatti diretti con Capi di Stato e di Governo stranieri. E che dire dell’impeachment che il Pci formalizzò in Parlamento contro Francesco Cossiga, accusato di esternare troppo.

Da almeno un ventennio si è consacrato un processo di “presidenzializzazione” della nostra struttura costituzionale, per certi versi comprensibile, tenuto conto che con un sistema elettorale maggioritario il Capo dello Stato amplia il ruolo di garanzia e intermediazione politica. Ma, per altri aspetti anomalo, tenendo presente la natura parlamentare della nostra democrazia. In questo scenario, la partecipazione diretta dei cittadini all’elezione del Capo dello Stato, più che una modifica costituzionale, costituisce un risarcimento della sovranità popolare.

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