Altro che brindisi!

By Redazione

luglio 2, 2013 politica

Altro che brindisi! Sarà un successo forse per il governo Letta, e per l’ex premier Monti, ma per l’Italia è una beffa, l’ennesima occasione sprecata. Cerco di spiegare perché. L’apertura del presidente della Commissione europea Barroso ad una maggiore flessibilità di bilancio (ma sempre al di sotto del tetto del 3%) per quei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo sembra una buona notizia, ma al di là delle apparenze è la conferma del dramma continentale che stiamo vivendo. Un’Europa che impone ai paesi in crisi un’austerità cieca, perché incapace di distinguere, ferma restando la necessità di consolidamento dei conti pubblici, tra diverse politiche economiche, tra i diversi percorsi al risanamento, più o meno recessivi, che esistono e che vengono indicati anche dal presidente della Bce Draghi.

In questo senso, le parole di Barroso sono sintomatiche di un’Europa che non sa immaginare politiche per la crescita se non all’interno della cornice della spesa pubblica: più spesa, più crescita, è l’unica equazione che sembrano conoscere non solo a Roma, ma anche a Bruxelles. Ma leggiamole attentamente le dichiarazioni di Barroso: «Quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, deciderà caso per caso se permettere, sempre nel pieno rispetto del Patto di stabilità, deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso gli obiettivi di medio termine fissati nelle raccomandazioni specifiche per Paese». Tali “deviazioni”, cioè la maggiore flessibilità di bilancio concessa, ha precisato Barroso, «dovranno essere collegate alla spesa nazionale su progetti cofinanziati dall’Ue nell’ambito della politica di coesione, delle reti transeuropee Ten o di Connecting Europe, con un effetto sul bilancio positivo, diretto, verificabile e di lungo termine».

Innanzitutto, nulla di nuovo: sapevamo già che come premio per l’uscita dalla procedura di deficit eccessivo ci sarebbe stato concesso di discostarci dagli obiettivi di medio termine per il pareggio di bilancio, ma sempre restando al di sotto del tetto del 3% imposto dal Patto di stabilità. Il che in termini concreti per noi significa – se le previsioni del Pil e del fabbisogno pubblico saranno rispettate, e se il mercato dei nostri titoli di Stato non subirà scossoni – che avremo nel 2014, tra il deficit previsto al 2,4% e il tetto del 3%, comunque da rispettare, un margine di manovra di circa lo 0,5% del Pil, ossia 7-8 miliardi.

Dove sta la beffa, dunque? Ci viene sì concesso un margine di manovra, ma ci viene anche detto come dobbiamo utilizzarlo: non per la riduzione delle tasse di cui la nostra economia ha disperato bisogno, ma per fantomatici «investimenti produttivi». E il principale criterio per attribuirgli o meno questa patente di “produttività” sarà l’essere “agganciati” a progetti cofinanziati dall’Ue, nell’ambito della politica di coesione e delle reti. Ma se gli investimenti pubblici di cui si parla fossero davvero produttivi, in quest’ultimo decennio di programmi europei il nostro Pil sarebbe schizzato alle stelle.

L’Italia ha certamente bisogno di investimenti, ma non dei cosiddetti «investimenti pubblici produttivi», che alla fin dei conti non si sono mai rivelati tali. Sia per la lentezza nell’avvio di questi progetti, e per le note difficoltà dell’Italia a spendere i fondi europei, sia perché gli “investimenti” finiscono il più delle volte ai soliti attori economici, che o sono inefficienti o non ne avrebbero bisogno. Per richiamare investimenti privati, e perché siano davvero produttivi, lo Stato deve alleggerire il suo peso sull’economia, deve abbassare le sue pretese fiscali e burocratiche. Non ci sono scorciatoie.

A parte il fatto che stiamo festeggiando, ma quel margine dobbiamo ancora conquistarcelo (ed è a rischio se la stima del Pil dovesse peggiorare ancora), oggi il premier Letta brinda, insieme ai ministri del Pdl, perché l’Ue ci concede di spendere di più, quando l’Italia sta morendo proprio di questo, di troppa spesa, quindi dovrebbe esigere dall’Europa di poter utilizzare qualsiasi flessibilità di bilancio dovesse manifestarsi per ridurre la pressione fiscale, per esempio il costo del lavoro. E il Pdl non sembra accorgersi che proprio alle direttive di Barroso farà ricorso Letta per spiegare che i ristrettissimi margini che ci saranno nel 2014 non potranno essere usati per tagliare le tasse.

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