Una rete, non un apparato

By Redazione

giugno 16, 2013 politica

È un falso dilemma quello tra partito pesante e partito leggero, partito apparato radicato sul territorio e partito movimento in campagna elettorale perenne per conquistare e tenere stretto il sempre più ampio elettorato d’opinione. L’alternativa è fasulla per la semplice ragione che il partito pesante e d’apparato, quello che si articola nel territorio e si sostiene occupando il più possibile le strutture pubbliche, è in via di sostanziale estinzione.

Rimane in vita la parte clientelare che resta abbarbicata a tutti i diversi livelli delle amministrazioni locali e di quelle nazionali ma che fronteggia con sempre minore capacità di resistenza la rabbia diffusa e crescente contro le caste burocratiche che hanno occupato lo stato e gravano sulle spalle dei contribuenti. Ma la parte apparato è ormai in via di progressivo smantellamento.

E non perché, come pensa erroneamente Pier Luigi Bersani fermo ad una idea novecentesca e tradizionale del partito di massa, sul mercato politico ci sono ormai solo partiti leaderistici affidati alla visibilità ed alla forza comunicativa del “padre padrone” ad eccezione del Partito Democratico privo di padroni (e di leader). Ma perché nella moderna società segnata dalla molteplicità e dalla diversità dei canali di comunicazione, di informazione e di formazione, il partito come unico canale di comunicazione tra istituzioni e corpo elettorale formato da un corpo chiuso di funzionari e di professionisti della politica è ormai definitivamente e totalmente superato.

L’esempio del Pd, proprio quello che Bersani cita a modello alternativo a quello leaderistico, è fin troppo significativo. Il vecchio apparato, quello che ha vinto le primarie contro il corpo estraneo Renzi, è talmente in ritirata da pensare addirittura che l’unica possibilità di salvezza sia di portare lo stesso Renzi alla guida del partito. E se non ci fossero le strutture collaterali, dalle masse dei pensionati della Cgil alla rete di interessi delle cooperative, il Pd (come dimostrano i dati delle elezioni) non avrebbe una capacità molto ridotta di presa e di mobilitazione del popolo della sinistra.

Il centro destra alle prese con il problema del modello di partito da costruire dopo che la vecchia macchina del Pdl sarà rottamata, dunque, ha una indicazione chiara. Non può pensare di mettere in piedi un partito pesante e di apparato. Sia perché i suoi professionisti della politica sono pochi, sia perché le sue clientele locali non sono capaci di conquistare e conservare fette di potere, sia perché alle proprie spalle non ha né sindacati, né cooperative. La scelta obbligata è dunque quella del cosiddetto partito leggero? Sicuramente sì.

A condizione che la formula di questo tipo di partito non sia quella che affida al solo Silvio Berlusconi il compito di effettuare miracoli in occasione delle diverse tornate elettorali. Essere leggeri, infatti, non significa essere inesistenti. Significa, al contrario, dare vita a strutture snelle formate da persone di riconosciuta capacità. E, soprattutto, significa che queste strutture sappiano creare collegamenti costanti tra elettori ed istituzioni attraverso il sostegno di molteplici canali di comunicazione esterni al partito ma ispirati ai valori ed alle idee del centro destra.

Il partito leggero, in sostanza, deve svolgere il ruolo di coordinatore e di regista di una rete di organismi intermedi in grado di utilizzare tutti i più moderni strumenti di informazione, comunicazione e formazione. Ci sono giornali, siti, fondazioni, centri studi, associazioni culturali, movimenti monotematici e di scopo, società, cooperative, onlus ed i più diversi organismi del volontariato che possono contribuire a mettere in piedi la rete con cui il partito nuovo deve avere la possibilità di raccogliere il proprio elettorato.

Impresa impossibile? Niente affatto. La rete c’è già ed è spontanea. Basta riconoscerla ed organizzarla.

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