Per non morire democristiani

By Redazione

giugno 15, 2013 politica

Michaela Biancofiore, oggi sottosegretario nel governo Letta, è l’amazzone berlusconiana per eccellenza, la pasdaran di mille battaglie. È lei l’unica ad aver colto nel segno le ragioni della disfatta del Pdl alle ultime amministrative. Mentre nel naufragio dei dati elettorali i suoi colleghi di partito si abbandonavano ad inviti alla “riflessione” che suonavano come una campana a morto, lei, senza star lì tanto a riflettere, dichiarava: “Il Pdl perde perché non è più berlusconiano”. Punto e basta. La spiegazione sembra banale, ma in fondo è vera. Il problema però, riguarda due domande che né la Biancofiore, né alcun altro nel suo partito, sembrano porsi.

Primo: il Pdl è mai stato berlusconiano?
Secondo: Berlusconi è ancora berlusconiano?

La prima domanda ha una risposta semplice: no. Berlusconi non ha mai amato il Pdl, nonostante sia nato da una sua straordinaria intuizione; in fondo a cosa serviva un partito se c’era lui? E di questo era convinto non solo Berlusconi, ma tutti i suoi generali e caporali che hanno usato il partito per gestire fette di potere generato dal consenso che Berlusconi portava. E così, il Pdl non è mai stato capace di svolgere la funzione per cui dovrebbe esistere un partito: e cioè selezionare classe dirigente, intercettare gli interessi dei segmenti sociali, costruire radicamento. Ma un partito, per un leader politico, è come un esercito per un condottiero: se non ce l’hai, alla lunga fare la guerra può essere un problema. E oggi che il condottiero di mille battaglie è stanco e inizia la battaglia finale, si accorge che non c’è uno straccio di ufficiale a cui affidare il suo esercito, anzi non c’è proprio l’esercito.

La seconda domanda è più complessa e attiene alla questione storica della crisi del berlusconismo e della trasformazione del Cavaliere da leader carismatico dotato di strategia, visione, prospettiva, in un abile tattico che ormai si muove con scaltrezza dentro la palude della crisi della politica e del disincanto democratico. Berlusconi ha lasciato il posto all’anti-Berlusconi, legittimando ciò che ha sempre combattuto: la politica dell’ombra, dei governi nati nelle segreterie di partito, delle lotte tra correnti per spartirsi pezzi di sottobosco di potere. Berlusconi ha smesso d’essere berlusconiano e buona parte dei problemi nascono proprio da qui.

Se Berlusconi non è più berlusconiano e il Pdl non lo è mai stato, per i berlusconiani della prima ora come la Biancofiore non rimane altro che illudersi che il Cavaliere tirerà fuori l’ennesimo coniglio dal cilindro, magari riesumando Forza  Italia o trasformando il Pdl in un’agenzia di fund raising.

La realtà è che il berlusconismo volge mestamente al tramonto senza lasciare traccia della tanto sognata “rivoluzione liberale”, né di quel paese più moderno e più libero che il Cavaliere aveva promesso. E in questo tramonto, il Pdl di Alfano si sta trasformando in un nuovo partito centrista a vocazione neo-democristiana lontano anni luce dal grande partito conservatore che in questi anni molti avevano provato a costruire. Non è un caso che oggi le redini del Pdl e del governo siano rette da coloro che, mesi fa, cercarono di costruire un’alleanza moderata con Monti che superasse l’esperienza berlusconiana. E non è un caso che oggi siano proprio le componenti liberale e di destra identitaria a mostrare maggiore disagio: la prima chiedendo a gran voce di tornare allo spirito del ’94, spingendo in maniera provocatoria sia sui temi economici che su quelli etici; la seconda, cercando di individuare percorsi fuori dal Pdl, magari puntando su nuove leadership come quella di Giorgia Meloni, che con il suo Fratelli d’Italia (il movimento creato pochi mesi fa con Guido Crosetto e Ignazio La Russa), alle ultime amministrative ha raddoppiato e, in alcuni casi, triplicato i consensi. E non è detto che queste due componenti non possano incontrarsi.

Le grandi manovre sono appena iniziate. Forse, oltre le rovine fumanti del Pdl, c’è ancora spazio per un progetto di destra liberale e identitaria. Almeno per coloro, nel centrodestra, che non si rassegnano a “morire democristiani”.

© Il Tempo, 15 Giugno 2013

(Il blog dell’Anarca)

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