La politica dei notabili

By Redazione

giugno 10, 2013 politica

I ballottaggi di domenica, superficialmente, danno un segnale preciso: trionfo del Centrosinistra in tutti i capoluoghi e nei centri maggiori. Tutte le principali città italiane ora hanno un sindaco di centrosinistra, in effetti: Milano, Roma, Torino, Napoli, Genova, Firenze, Bologna. Il successo c’è ed è da registrare, ma avviene in condizioni particolari. Soprattutto per questi ultimi ballottaggi, il dato che salta subito all’occhio è la enorme astensione estesa a livello nazionale: ha votato meno del 50% degli aventi diritto (48,6% per la precisione), a Roma addirittura non si è arrivati al 45%.

Il Pd tiene per un elettorato storicamente più motivato, militante, pronto al voto pur di andare subito dopo la spiaggia, la paletta, il secchiello e i derby romani. Il Centrodestra arretra perché i candidati presentati quasi sempre erano gli uscenti autori di figure non proprio bellissime e perché, per quanto ne dica il candidato sconfitto a Brescia, quando c’è Berlusconi l’elettorato si mobilita, quando non c’è invece si preferiscono le suddette spiagge e le poltrone di casa.

A ciò si aggiunga la morte clinica di un partito (?), il Pdl, che ha risucchiato dentro l’unica formazione politica (a destra) che, fino all’ultimo, ha fatto della militanza in sede e dell’intervento sul territorio le proprie ragioni sociali: Alleanza Nazionale. Con la scomparsa del partito di Fini (e la svendita di molti valori ad esso collegati), la destra ha perso pienamente il proprio contatto con l’elettorato, che ora resta a casa pur di votare quella “macchina senza cuore” che appare essere il Pdl.

Ma c’è di più: il disinteresse degli elettori. È un disinteresse motivato da anni di governicchi poco attivi o attivi soltanto per le necessità della casta, come direbbero i grillini, specie che scompare quando si tratta di tornate amministrative. E gli elettori ormai si rifiutano di votare, ben rafforzati anche dal governo Letta, sintesi perfetta di “è tutto un magna magna”, “non cambia mai niente”, “non ci perdo neanche tempo”. Quale segnale può mandare in effetti il governo delle larghe intese? Quello che, anche provando a scegliere o cambiare, alla fine le poltrone rimangono sempre in mano ai soliti noti che faranno sempre le solite politiche ben note.

La politica dei notabili, come nelle democrazie liberali del ‘700 e dell’800. Un copione già scritto su qualunque libro di storia dei licei, compresi quelli che finirono anni fa nel mirino delle destre perché scritti da autori “troppo di sinistra”. I notabili dell’età post-illuminista aprirono alla fine all’elettorato di massa, i notabili di oggi cercano di difendersi chiudendosi alle cittadinanze, esclundendole non solo dai processi decisionali, ma soprattutto da qualunque possibile influenza sui risultati. “Non ci perdiamo neanche tempo”, sosterrebbero gli astenuti, ben sapendo che poi qualcun altro deciderà per loro. “Non vi lamentate se poi…” diranno gli eletti e chi è andato a votare. Il punto è che difficilmente costoro si lamenteranno. Hanno perso finanche la speranza in Grillo…

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