I rischi del finanziamento pubblico

By Redazione

giugno 4, 2013 politica

Ci sono varie ragioni per le quali è legittimo avere dei dubbi sulla riforma del finanziamento pubblico dei partiti attualmente in gestazione. Certamente ci sono elementi che lasciano pensare che, alla fine della fiera, ci troveremo di fronte ad un’operazione di facciata che non metterà in discussione il finanziamento pubblico dei partiti, né dal punto di vista del principio, né dal punto di vista dell’effettiva quantità di denaro pubblico che finirà stanziato.

Tuttavia, tra le ragioni per le quali si può essere particolarmente preoccupati del modo in cui la riforma è stata congegnata, c’è il fatto che i cittadini si troveranno a dovere dichiarare pubblicamente e formalmente la propria affiliazione politica. Rendiamoci conto che con il meccanismo dell’8 per mille, con quello del 5 per mille ed ora con quello del 2 per mille, noi stiamo chiedendo ai cittadini di mettere per iscritto sulla dichiarazione dei redditi la propria religione, le cause sociali che condividono e persino il partito politico che sostengono. Per certi versi è ironico. In passato i governi dovevano impiegare uomini e risorse economiche per schedare i propri cittadini; oggi riescono a convincerli a completare da soli una perfetta autoschedatura.

In un momento in cui da più parti si pone il problema della tutela della privacy e si impongono o si richiedono regole più restrittive nel trattamento dei dati da parte delle aziende private, noi andiamo a rilasciare allo Stato – e quindi alle persone che per esso operano – informazioni massimamente sensibili sulle preferenze personali. Varrebbe la pena di chiedersi una cosa. E se un giorno qualcuno tutte queste informazioni si decidesse ad “usarle”?

Non si tratta, naturalmente, di ipotizzare violazioni sesquipedali dei diritti umani, come la deportazione dei sostenitori di Fratelli d’Italia o la segregazione dei cristiani valdesi. Ma che cosa succederebbe, ad esempio,se Equitalia e l’Agenzia delle Entrate decidessero di effettuare, con discrezione, una profilatura dei contribuenti sulla base delle loro opinioni politiche, per poi prendere di mira con controlli “speciali” quelli ritenuti politicamente più “ostili”? C’è chi risponderà che si tratta di atteggiamenti che non hanno possibilità di verificarsi in uno stato di diritto come il nostro e chi teme simili esiti è probabilmente viziato da una sfiducia un po’ troppo ideologica nei confronti della macchina pubblica.

Il fatto è che certe cose succedono eccome e per accorgersene non serve guardare allo Zimbabwe di Mugabe o al Venezuela di Chavez e Maduro. Succedono ad esempio negli Stati Uniti di Obama, come ha dimostrato lo scandalo che ha coinvolto l’Internal Revenue Service (IRS) nel corso delle ultime settimane.Ci sono prove che l’agenzia delle entrate americana abbia esercitato mobbing fiscale nei confronti di gruppi conservatori ed anti-tasse, dedicando allo scrutinio della loro documentazione uno zelo particolare. Chi ci dice che gli ispettori del fisco italiani sapranno rimanere più neutrali nel loro lavoro rispetto alle preferenze politiche dichiarate dai cittadini?

In ogni caso, legare il finanziamento dei partiti alla dichiarazione pubblica potrebbe portare ad esiti distorsivi in virtù di dinamiche di acceptability bias. Non tutte le persone ambiscono allo stesso modo a rendere pubblica la propria scelta politica e per alcune ci potrebbero essere anche dei problemi effettivi di opportunità. Non si tratta solamente di temere una possibile ritorsione dal fisco, ma anche di trovarsi in difficoltà o imbarazzo nell’esprimere una scelta difforme rispetto alla propria rete di relazione familiare, professionale e sociale. In fondo una dichiarazione dei redditi passerà per molte mani e sotto molti occhi: in famiglia, in azienda, nei patronati, nei CAF, nelle organizzazioni di categoria. In definitiva, passerà al vaglio di quei circuiti consolidati di socializzazione politica, culturale e professionale, che nella maggior parte dei casi sono costruiti con l’obiettivo di raccogliere ed incanalare il consenso verso determinate opzioni politiche.

Chiediamoci, da questo punto di vista, quanti firmerebbero per il PDL tra quelli che, magari in virtù di rapporti personali, si servono ad un CAF CGIL; e similmente quanti firmerebbero per i Radicali in un CAF delle ACLI. Il fatto che l’espressione pubblica del proprio voto in Italia sia probabilmente meno “libera” che in altri paesi lo si può riscontrare, in fondo, nella frequente discrepanza tra exit poll e sondaggi. Se facessero fede le dichiarazioni pubbliche degli intervistati, Pierluigi Bersani guiderebbe oggi un ampio governo di maggioranza e Veltroni avrebbe sostanzialmente pareggiato le elezioni del 2008. Segno che probabilmente esprimersi pubblicamente a favore del PD è considerato più socialmente accettabile, in qualche modo più “safe“, che farlo a favore di altri partiti.

È ragionevole, in definitiva, prevedere che la pubblicità della dichiarazione influenzerà effettivamente la scelta dei singoli e che quindi, se la nuova legge sul finanziamento verrà approvata, sulla ripartizione finale dei fondi peserà anche la capacità dei partiti di esercitare un controllo sulla società, non solamente quella di attrarre liberamente consenso. Per tutte queste ragioni, in definitiva, il 2% per mille ai partiti nel 730 è una pessima idea, forse persino peggiore del vecchio finanziamento “flat“.

(tratto da ” Libertiamo

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