La diaspora della destra

By Redazione

giugno 3, 2013 politica

Qualcuno l’ha chiamata “la diaspora della destra”, la dispersione in mille rivoli di quell’area politica e culturale che aveva raccolto l’eredità nobile ma marginale del Msi e l’aveva trasformata in un progetto in grado di rappresentare quasi un quinto dell’elettorato italiano.

An non fu un equivoco, come vogliono far credere oggi alcuni. An fu il tentativo di dare dignità moderna ad una comunità politica che viveva di nostalgismo e di miti incapacitanti; semmai fu un equivoco il modo in cui Fini e i suoi colonnelli traghettarono l’esperienza di An nel Pdl. Incapaci di svincolarsi da una concezione tattica della politica, hanno affrontato la spinta vitalistica del Cavaliere come un problema e non come una risorsa. Sognatori di mediocre grandezza e terrorizzati dalla possibilità di perdere il proprio immeritato potere, non hanno voluto vedere nella leadership berlusconiana un valore unico da difendere per consolidare quello che era il più grande partito conservatore d’Europa.

Sulle responsabilità politiche e umane di Fini si è scritto molto, anche troppo. Poco si è scritto invece, sulle responsabilità di quei colonnelli, oggi senza esercito, che in questo disastro, hanno pari responsabilità di Fini. Perché l’esaurirsi della spinta propulsiva della destra italiana non riguarda solamente lui e i suoi improvvisati statisti usciti definitivamente di gioco con il fallimento di Futuro e Libertà. È l’intera vecchia classe dirigente della destra ad essere giunta al capolinea.
Quelli che un tempo furono i potenti colonnelli di An, capi di forti correnti interne che animavano fondazioni, riviste, dibattiti culturali, comunità politiche, oggi rappresentano a malapena se stessi.

Quella destra, che un tempo rappresentava un terzo del Pdl, oggi conta più o meno un decimo. Lo si è visto al momento delle candidature e nella divisione dei ruoli di governo. Della vecchia componente di An rimane poco o nulla, anche perché poco o nulla rimane di destra nel Pdl. La svolta centrista capeggiata da Alfano e Lupi sta avendo pesanti ricadute soprattutto a livello locale, dove amministratori, sindaci, consiglieri e pezzi di valida classe dirigente, non hanno più referenti, né linee dentro le quali progettare percorsi politici coerenti con una visione nazionale e identitaria.

Eppure, è proprio questa evoluzione (o involuzione) centrista del Pdl a far immaginare un nuovo spazio politico a destra. Oggi è chiaro che dopo il berlusconismo non c’è la rivoluzione liberale sognata dai fondatori di Forza Italia, né quella identitaria che An aveva provato a incarnare. Dopo il berlusconismo c’è una nuova Dc, le cui prove tecniche sono rappresentate dal governo Letta-Alfano e da un asse consociativo che, dietro la retorica dell’emergenza, sta disegnando nuove mappe di potere.

Se la destra italiana saprà evitare fughe all’indietro, nostalgismi, recuperi di vecchi arnesi liquidati dalla storia, avrà spazio di manovra. Una destra identitaria e liberale, europea ma non europeista, capace di affermare il valore delle libertà civili ed economiche contro l’ingerenza di uno Stato sempre più totalitario; una destra che comprenda che l’identità nazionale è il principio fondante la lealtà civica e che la sovranità di un popolo risiede nel suo parlamento e non in un’anonima tecnocrazia europea che sta trasformando i cittadini in sudditi. Una destra che non abbia paura di mettere in discussione i tabù con cui si costruiscono le nuove obbedienze: a partire dal fallimento dell’euro e delle banche centrali che hanno trasformato la moneta da strumento a fine dell’economia.
Una destra del genere può trasformare la sua diaspora in una grande migrazione.

© Il Tempo, 1 Giugno 2013

( Il blog dell’Anarca

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