Democrazia agnostica e Costituzione

By Redazione

maggio 30, 2013 politica

Negli ultimi anni è circolata nella cultura politico-giuridica italiana l’idea di poter concepire una democrazia “agnostica”, basata su regole autonome, universali, sganciate dalla tradizione di un popolo. Il tema non è certo di oggi ma rimanda allo scontro tra una concezione formale e inodore della democrazia e la costruzione di una democrazia più piena, incline alla considerazione delle tradizioni culturali di una nazione.

La prima appartiene al positivismo più esasperato, la seconda si lega alla tradizione dell’umanesimo che si rafforza con l’idealismo. Il tema che ha animato il dibattito giuridico filosofico del Novecento ridiventa di profonda attualità, non solo di fronte all’epoca globalizzata che ci troviamo a vivere, ma soprattutto quando si affronta la materia della politica istituzionale e delle costituzioni che articolano la vita di una democrazia. In altre parole, l’antitesi tra un formalismo cieco che circonda spesso la Costituzione, consegnata a un’accettazione acritica di regole; e la posizione, invece, di chi vorrebbe porre l’impianto giuridico costituzionale alla verifica della vita di un popolo.

La ristampa di uno dei classici sull’argomento, “La democrazia” di Hans Kelsen, ma soprattutto l’attualità di un certo uso della Costituzione, spesso agitata come strumento interdittivo di riforme e interpretazioni evolutive, rilancia il confronto sull’essenza delle articolazioni democratiche. Il saggio notoriamente segna l’apice della cosiddetta Reine Rechtslehre, la “Dottrina pura del Diritto”, espressione forte del normativismo.

La democrazia costituisce il più elevato risultato della storia dell’Occidente, non si può definire la stessa nozione di democrazia se si prescinde dalla storia occidentale, dal travaglio secolare che ci ha condotti a definire la forma politica più vicina alla libertà. Di conseguenza anche le Costituzioni devono ancorarsi a questo profilo, «le leggi sono sempre vacillanti fintanto che non poggiano sui costumi», scrive Alexis de Toqueville in un altro classico, “La democrazia in America”.

È, infatti, arduo concepire una democrazia, come Sollen giuridico, puramente formale, al di fuori dei giudizi di valore, estraneo ad ogni dovere morale. Lo Stato si fonda sull’obbedienza alla legge che si vuole imporre ai cittadini-soci, ma affinché essa funzioni occorre che sia la più condivisa possibile e questa condivisione della necessità dell’organizzazione statuale non può poggiare solo su un dato giuridico, deve accompagnarsi a valori morali condivisi, a un idem sentire comune.

Martin Heidegger offre un solido retroterra filosofico alla democrazia dell’essere quando richiama il Führung, il comando; il Volk, il popolo; l’Erbe, l’eredità; Gefolgschaft, la comunità dei seguaci; Bodenständigkeit, il radicamento alla propria terra. La comunità politica che costruiamo non può non tener conto del «primato ontologico del problema dell’essere», di ciò che noi siamo per tradizione.

Kelsen punta tutto sul formalismo e l’avalutatività normativa, basate sulla distinzione tra giudizi di fatto e giudizi di valore, che conducono a un relativismo dei valori alla base della sua concezione di democrazia e relega la sovranità popolare a mera procedura. Il suo diventa un esasperato elitarismo che sfocia in una visione oligarchica di una “democrazia controllata”, posta sotto la tutela di poteri forti, come diremmo oggi con riferimento all’attualità italiana.

La visione kelseniana è antitetica a quella di Carl Schmitt che individua nella terra la «madre» del diritto, perché la stessa giustizia scaturisce da una misura interna della terra. Va da sé che le costituzioni non possono essere separate da un senso storico e prescindere dalla sovranità di un popolo. Altrimenti la Costituzione diventa un vuoto involucro, lontano dal sentire comune dei cittadini-soci e rischia di inficiare lo stesso valore della democrazia.

Per Alain de Benoist i «cittadini sono coloro che discendono dalla stessa stirpe e che partecipano della medesima cultura. Per il fatto di avere origini e valori comuni, essi ed essi soli sono investiti di eguali diritti politici». Quindi, la domanda che il legislatore deve costantemente porsi – soprattutto quello Costituzionale – è quella sulla corrispondenza fra norma e valori comuni, sulla capacità della legge di interpretare il senso storico di una comunità.

Più condivisibile il Kelsen che fissa il principio “rule of law” per il quale c’è «l’incompatibilità del socialismo con la democrazia da una parte, e la necessità della connessione tra democrazia e capitalismo dall’altra». I principi della democrazia moderna, inscindibile dall’affermazione della libertà, sono stati elaborati nelle nazioni europee attraverso tormentati processi di pensiero, concorrendo a creare quello che Schmitt definisce lo Jus Publicum Europaeum. L’idea di libertà occidentale si forgia attorno all’universitas cristiana, dove l’elemento unificatore del credo religioso esalta l’individuo depositario di diritti e doveri.

Lo Stato ancora oggi deve poter poggiare sulla coscienza di un vincolo stretto, sulla concordia dei propositi, su l’amor di patria, sul destino comune. La legittima difesa dell’integrità della carta costituzionale è stata negli ultimi anni concepita come sua inamovibilità.

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