Il Palazzo Enciclopedico della Biennale

By Redazione

maggio 29, 2013 Cultura

Un uomo, un cinese presumibilmente vestito da minatore, è sdraiato sul viale centrale dell’Arsenale, simula, sempre presumibilmente, di essere morto. È, a mio avviso, il milite ignoto dell’arte contemporanea sul quale – entrando alla 55esima edizione della Biennale Internazionale d’Arte – si rischia di inciampare.

È un’edizione questa (aperta al pubblico dal 1 giugno al 24 novembre), allestita – nell’intenzione del curatore Massimiliano Gioni – nel segno dell’immagine e del suo significato esoterico. E non è poco. Un “Palazzo Enciclopedico”, è il titolo preso a prestito dalla visione utopistica dell’idea creativa di Marino Auriti che, nel 1955, depositò all’ufficio brevetti statunitense il progetto di un Palazzo, appunto, Enciclopedico. Un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità. E allora ti aggiri tra i Padiglioni dei tanti Paesi presenti (quest’anno c’è, perfino, il Vaticano!), in cerca di qualcosa di compiuto, forte, convincente, magari solo emozionante.

Ti infili nello spettacolo antropologico dei visitatori (bellezze esotiche, ogni sfumatura di stravaganza, di chic, di choc e via dicendo) consapevole che visto dall’interno, nulla può davvero apparire vuoto. E dopo pochi passi, dopo aver visto qualche idea “messa in croce” con gusto “arredativo”, capisci che la Biennale stessa è il capolavoro. E’ il fragile, eppur potente, rifugio di un’arte accessoria alla vita, che produce arte della vita, surrogato dell’esistenza, certo, ma vita per quello che c’è rimasto.

Il palazzo enciclopedico colleziona, dunque, non arte, non idee da consegnare alla storia, ma un campionario d’umanità davvero interessante, non infinito, non certamente esaustivo, ma molto rappresentativo. L’arte è un formidabile pretesto, penso, e tutto sommato non sono neanche tanto dispiaciuto: in fondo, ciò che non è persona, non è umanità intendo, è poca cosa. E se gli artisti non sono più in grado di consegnare alla loro opera la grandezza o la miseria del loro essere e del loro tempo, almeno – con il simulacro che riescono a mettere in piedi – generano un richiamano ad un pensiero dell’arte e della bellezza. Quella smarrita.

Tutto è simbolo o analogia (diceva Faust), e a furia di richiami ed evocazioni, il modello è quasi scomparso. Ma non è morto: come il cinese di cui parlavo prima: è un vivo che fa il morto, forse perché nella realtà, da vivo, non saprebbe cosa dire.

Ecco, ci sono: l’arte figurativa, oggi, per dare al pubblico il proprio senso più compiuto, o meglio, per rappresentare sé stessa nella sua essenza e nella sua funzione, dovrebbe essere nient’altro che dialogo con la morte.

Non sarà un caso che la 55esima Biennale d’Arte si caratterizza anche per uno sguardo sull’occulto, sulla componente sciamanica molto presente tra gli artisti presenti all’Arsenale. “Siamo tutti il medium – ha spiegato Gioni in conferenza stampa citando Adorno, Alistair Crowley – le immagini ci dicono che noi stessi siamo medium se chiudiamo gli occhi vediamo qualcosa. Non siamo posseduti dagli spiriti ma dalle immagini dei media”.

Ecco che il “Liber Novus”, il libro rosso di Carl Gustav Jung, che troneggia nella prima sala del padiglione centrale ai Giardini, ci rimanda a questo medium, allo spazio-rifugio, luogo della conoscenza e strumento di auto-esplorazione. La maschera di Breton ci rammenta lo sguardo sulla morte e ciò che si cela dietro al volto che tutti possono vedere.

“Il nulla – scrisse Gomez Davila in un aforisma per me tra i più folgoranti – è l’ombra di Dio”. Forse il nulla è ombra anche dell’arte e di questa umanità dolente di cui tutti noi facciamo parte in questo tempo, privo d’arte che viviamo. Anzi, che abitiamo, anche nostro malgrado, abusivamente.

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