Il Pdl e il problema del nuovo partito

By Redazione

maggio 28, 2013 politica

Il problema del Pdl è che alle elezioni politiche si affida ai miracoli di Silvio Berlusconi ed alle elezioni amministrative alle pratiche dei padroncini delle tessere e proprietari delle preferenze. Tra questi due poli non c’è nulla. Perché il gruppo dirigente di vertice, che pure in gran parte è formato da persone di qualità, dipende dai miracoli elettorali del Cavaliere. E perché i proprietari di tessere e di preferenze personali sanno che per sopravvivere non debbono far altro che conservare il proprio patrimonio elettorale difendendolo non dagli avversari esterni ma dai competitori interni.

Che fare per colmare questo vuoto esistente tra il gruppo di vertice che ruota attorno a Berlusconi ed i padroncini locali che ruotano solo attorno a loro stessi? La risposta è come quella data da Lenin: ci vuole un partito. Che, però, non può essere simile a quello leninista copiato nel corso dell’intero novecento dai partiti di massa fondato sulla organizzazione territoriale della militanza. E che non può neppure essere ispirato al modello dei comitati elettorali da far spuntare in occasione delle campagne politiche o amministrative e da abbandonare quando esauriscono i loro compiti contingenti.

Insomma, a differenza del Pd che continua a difendere il partito pesante d’ispirazione leninista cercando di innovarlo con la trovata (non sempre proficua) delle primarie, il Pdl si trova nella singolare condizione di non essere né pesante, né leggero. E di essere costretto a puntare, sempre che non voglia continuare ad alternare alle vittorie delle politiche le battute d’arresto delle amministrative, su un nuovo modello che sia al tempo stesso incentrato sulla leadership di Berlusconi e che non dipenda dagli egoismi tra loro perennemente conflittuali dei padroncini.

L’impresa, ovviamente, è facile da proporre ma molto più difficile da realizzare. Perché per trovare una felice sintesi tra il partito leaderistico d’opinione ed il partito parcellizzato in tanti micro-apparati personali locali non c’è altra strada che quella di costruire una classe dirigente di vertice e di base capace di non solo di perseguire i propri interessi personali ma di saper anche subordinare questi interessi ai valori, alle opinioni ed alla visione complessiva della società espressi ed impersonificati dal leader.

Vasto programma? Non c’è alcun dubbio. Perché l’operazione richiede sforzo, impegno, risorse, capacità di interpretare i bisogni e le esigenze della società e trovare le persone più adatte per rappresentare queste esigenze. Impone scelte precise. A cominciare dalla separazione, a livello di gruppi dirigenti nazionali e locali, tra compiti istituzionali e compiti di partito per non correre il rischio che gli impegni di governo cancellino quelli di partito. A finire con una selezione rigida di una classe dirigente che, come insegna l’esperienza non solo immediata ma anche quella degli ultimi vent’anni, può assicurare la tenuta ed il successo del partito solo se appare preparata, autorevole, credibile ed affidabile.

Una operazione del genere richiede tempi lunghi. Ma deve soprattutto incominciare. E non è detto che questo inizio debba necessariamente avvenire per iniziativa interna del Pdl. A dispetto del grande assenteismo delle elezioni di domenica scorsa la società nazionale ed, in particolare, l’area del centro destra, sono pervase da un fervore di iniziative volte proprio alla formazione ed alla aggregazione di nuclei di gruppi dirigenti di qualità. Favorire simili fermenti può essere un primo passo utile. Ad incanalarli in un alveo con regole democratiche c’è sempre tempo. Ma intanto si incomincia e si da un segnale di vitalità ad un corpo elettorale che ha bisogno di idee e fermenti a cui affidare le proprie speranze di uscita dalla crisi.

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