Gatsby generation

By Michele Di Lollo

maggio 26, 2013 politica

“Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato”. A volte guardare indietro è l’unica via per non perdere la ragione. Soldi, velocità, gli anni d’oro prima del crollo. La rivoluzione digitale, il web 2.0, l’iPhone, Amazon. Il benessere e la sicurezza di un lavoro. Poi il buio. “Il grande Gatsby” racconta la storia di una generazione tradita e di un sogno perduto che richiamano alla mente i desideri e le paure di un altro tempo, quello del ventennio italiano a cavallo del ventunesimo secolo.

Gli anni venti in America sono sfarzo, ottimismo, ricchezza, la fine della prima guerra mondiale, l’economia che va su, tutto che prende la giusta piega, la voglia di andare oltre, di superare il limite del proibizionismo. La nascita della società dei consumi e della classe media, ma anche uno spaccato che si sarebbe infranto sul muro della grande depressione. Gli anni duri sono dietro l’angolo. Il collasso della borsa e la spirale recessiva scoppiata nel ’29 dettano la vera sconfitta del sogno americano e del self-made-man che sembrava rendere tutto possibile e che il protagonista del film di Baz Luhrmann insegue tutta la vita. Sarebbe servita una nuova guerra per rilanciare il paese.

Ma cosa sarebbe accaduto se alla fine della storia Jay Gatsby fosse sopravvissuto? Se avesse invertito la rotta, se avesse voltato le spalle al passato. Questo è il pensiero che ti segue quando esci dal cinema. La risposta arriva quasi immediata. Nemmeno il tempo di entrare in auto e ti rendi conto che niente sarebbe cambiato. Sarebbe sopravvissuto alla vendetta, nessun colpo alla schiena, ma la tragedia si sarebbe consumata sulla sua vita qualche anno più tardi e magari il neomilionario ormai sull’orlo dei quaranta si sarebbe ritrovato giù da qualche grattacielo di Manhattan, sul lastrico. Scopri così che l’opera di F. S. Fitzgerald in realtà non è solo un romanzo che parla d’amore, ma una storia che descrive la capacità dell’uomo di sognare scalate impensabili solo pescando nella sua fantasia. C’è il sogno irresistibile della giovinezza e quello della vecchia America.

È su questo piano che si insinua il paragone con un’altra generazione. La Y generation. Quella fetta di popolazione nata negli anni ottanta e cresciuta con alle spalle quarant’anni di guerra fredda. Adolescenti a cavallo di due secoli, salvi dalla stagnazione della divisione in blocchi. Il loro mondo è veloce, elettronico. Sono cinici, cresciuti tra i vizi. Nessuna generazione prima dei Millennials ha avuto così tanto, così in fretta. Hanno vissuto tutta la loro esistenza da consumatori, nuotando nel benessere. Amano i party hollywoodiani, l’alcol a fiumi, la moda, i gioielli, la plastica dei riflettori eppure qualcosa negli ultimi tempi sta cambiando tutto. Accompagnati e coccolati dai genitori fino agli anni dell’università, si trovano improvvisamente in un buco nero privo di riferimenti e scorciatoie comode. La crisi degli ultimi anni, come una nemesi, gli ha messo sul piatto un paese in caduta libera, senza opportunità né prospettive.

I risultati sono impietosi. La disoccupazione raggiunge livelli atroci.  Il 43% dei giovani tra 25 e 34 anni e l’89% dei giovanissimi tra 18 e 24 anni si mantengono grazie ai genitori.  Spesso, mamma e papà continuano ad aiutare economicamente i figli anche quando lavorano, ma percepiscono stipendi troppo bassi per una dignitosa sopravvivenza (27% di coloro che hanno un impiego). Del 51% dei giovani che vivono ancora con i genitori, solo un quarto lo fa per scelta, mentre gli altri perché non potrebbe sopravvivere autonomamente con il proprio stipendio. In particolare vive ancora nella casa di origine addirittura il 26% dei giovani tra 35 e 40 anni, il 48% di quelli tra i 25 e i 34 anni e l’89 % dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni. E, ovviamente, con queste premesse anche la qualità del lavoro ne risente.

Pur di lavorare, infatti, il 49% dei giovani disoccupati farebbe l’operatore ecologico, il 49% farebbe il pony express e il 39% ambirebbe ad un posto in un call center. Un ragazzo su quattro lavorerebbe anche per 500 euro al mese. E allora il quadro cambia. Il destino di una generazione non si gioca a dadi e i Millennials cercano di recuperare il tempo perduto. Da viziatelli dalle tasche bucate – che dividono il tempo tra viaggi, feste e velleità – si trasformano in trottole alla ricerca di una nuova essenza.

Viene fuori un forte spirito di sacrificio che li porta a rinunciare a tutto, anche ai diritti fondamentali del lavoro. Si svendono e uno su quattro è disposto a lavorare di più a fronte della stessa retribuzione. Non hanno fiducia nel futuro e ben il 51% sarebbe pronto ad andare all’estero, mentre il 64% sarebbe disposto a cambiare città. Non credono nell’Italia e pensano che non abbia nulla da offrire. Serve coraggio, certo, ma anche occasioni.

La Y generation si guarda indietro. Tenta di stare in piedi senza illusioni. Il desiderio di replicare un passato che non può tornare resta sepolto da qualche parte. Il Gatsby romantico, sognatore, capace di qualsiasi cosa scompare dalla storia. Spazzato via senza sparare un colpo.

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