Gli stati mannari

By Redazione

maggio 23, 2013 politica

La copertina dell'”Economist” di questa settimana si candida seriamente al premio cover dell’anno. I principali leader europei – Merkel e Hollande in testa, con Draghi, Letta e Samaras alla loro destra e Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla loro sinistra – che incedono con sguardo fiero e fisso sulla linea dell’orizzonte, non curanti del burrone ad un passo dai loro piedi. Titolo: “The sleepwalkers” (i sonnambuli).

E’ il sesto trimestre successivo di recessione in Europa, la disoccupazione è oltre il 12%. Si discute di austerity, ma i deficit e i debiti pubblici continuano a correre, e non solo nei paesi cicala, come l’Italia, dove per lo meno il problema è noto e all’attenzione dei severi censori di Bruxelles e Berlino. La crisi ormai non riguarda più soltanto i paesi del Sud Europa, ma tocca da vicino anche i “virtuosi” tedeschi, olandesi e scandinavi. E’ un problema comune, nessuno può illudersi che il vagone su cui viaggia non deraglierà insieme al resto del treno. Perché se la situazione è certamente più drammatica nei paesi più deboli e più indebitati, in crisi – come ebbe modo di spiegare mesi fa Mario Draghi al “Wall Street Journal” – è il modello sociale europeo in tutte le sue varianti, quelle più efficienti, mittle e nord-europee, e più dissennate, quelle mediterranee.

E’ insostenibile, drena troppe risorse perché le economie europee riescano ad essere competitive con quelle dei paesi emergenti. Serve a poco preoccuparsi di come redistribuire meglio e in modo più equo, se la torta nel frattempo si restringe. Fa eccezione, per ora, la Germania, ma tra breve anche le sue riforme di un decennio fa si riveleranno insufficienti. Eppure, i leader europei non sembrano rendersi conto di quanto profondamente la crisi metta in discussione le certezze dell’ultimo mezzo secolo.

Di fronte alla realtà, sembra diffondersi il virus italiano: piuttosto che riconoscere che la soluzione passa per riforme dolorose, impopolari, ma necessarie, volte a far recuperare competitività alle nostre economie fiaccate da bilanci pubblici troppo pesanti e famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, il problema che sembra angosciare i governanti europei, senza eccezioni, è come fare cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall’alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Dunque, invece di accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, di discutere di come implementare velocemente le riforme strutturali e fiscali in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità dell’ultimo Consiglio europeo, al pari del lavoro, è quello dell’evasione fiscale, nonostante negli altri grandi paesi europei non sia certo ai livelli italiani.

Quando però si va a stringere sulle misure concrete, ci si accorge che va bene lo scambio dei dati, ma più che l’evasione nel mirino c’è la concorrenza fiscale tra i paesi. I “grandi” vorrebbero limitare, se non azzerare, la capacità dei “piccoli” e dei “medi” di attirare aziende e multinazionali con sistemi fiscali più competitivi. Insomma, quei «salti mortali», così si è espresso di recente Ed Miliband, che molte grandi e medie aziende (Google, Apple e Amazon sono sotto i riflettori), ma anche persone fisiche, fanno per pagare meno tasse. Più che di evasione, dunque, si tratta di forme elusive legali. Una volta, quando si parlava dei cosiddetti “paradisi fiscali”, ci si riferiva a minuscole isolette, per lo più dei caraibi, praticamente prive di strutture statuali.

Oggi però politici e media ne parlano con riferimento a qualsiasi paese che scelga un’imposizione fiscale più leggera e norme meno invasive sui capitali. Così anche Svizzera, Austria, Slovenia, Irlanda, e persino il Regno Unito, vengono considerati alla stregua di “paradisi fiscali”. Un’azienda, o una persona fisica, che vi trasferiscano la propria residenza fiscale o parte dei propri profitti, vengono immediatamente bollati come evasori e, quindi, criminali (quanto meno moralmente). Non ci si chiede nemmeno se sia il caso di abbassare le proprie pretese fiscali, non si prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che, più semplicemente, sono Italia, Francia e Germania ad essere diventati “inferni fiscali”.

Difficile, d’altra parte, ampliare le pretese della riscossione fiscale nel mondo globalizzato di oggi, in cui i capitali si muovono attraverso i continenti in pochi secondi, il commercio è sempre più online e i paesi sono sempre più in competizione tra loro per attirare investimenti. Ma in Europa, soprattutto, dove il mercato è unico, la concorrenza fiscale dovrebbe essere vista come una sfida virtuosa, non un molesto residuo della sovranità nazionale. Emblematico il doppio ruolo che è costretto a giocare il premier britannico Cameron, che fa il duro nei confronti di Bermuda e Isole Cayman, ma poi rivendica il diritto della Gran Bretagna a mantenere «tasse basse sulle imprese per attirare gli investimenti, aumentare i posti di lavoro, ed essere vincenti nella competizione globale». L’unica cosa che proprio non riescono a immaginare i leader europei è come restringere il perimetro dello Stato, quindi della spesa pubblica e del debito.

I paesi virtuosi non si pongono – per il momento – il problema. In quelli meno virtuosi, come l’Italia, sentiamo ripetere la solita litania: non ci sono soldi per rimettere in moto l’economia. Due miliardi di qua, due di là, si spostano da una tassa all’altra. Non ci sono soldi? Ma stiamo scherzando? Un governo che spende (o sperpera?) ogni anno la metà della ricchezza prodotta dai suoi cittadini – e ormai non sono molto lontani da questa soglia gli altri grandi paesi europei – viene a raccontarci che non ci sono soldi? E’ un luogo comune ormai tanto radicato – nella politica, tra gli osservatori e nell’opinione pubblica – quanto fa a pugni con la logica.

Il dibattito in Europa è sempre più intrappolato tra le due polarità rigore/spesa, con i paesi del Sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del centro e del nord che tentano di stringere i cordoni della borsa. E una dinamica che rischia di somigliare sempre più a quella dell’Italia post-unitaria: un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso. Una sorta di “italianizzazione” dell’Eurozona non è più una prospettiva inverosimile, se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell’Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha “somministrato” al Sud Italia e che, come stiamo vedendo, ci sta trascinando tutti nel baratro.

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