Verso il “Porcellone”

By Redazione

maggio 22, 2013 politica

Come spesso accade in Italia, non c’è nulla di più definitivo del transitorio. Quindi, se entro il 31 luglio verranno apportate le correzioni minime al “porcellum” annunciate oggi, è probabile che ci troveremo di fronte alla legge elettorale con la quale voteremo alle prossime elezioni. La situazione è, come al solito, piuttosto contorta, quasi in corto circuito, ed è più o meno la seguente.

Da una parte, la scelta di una mera manutenzione del “porcellum” mette in tempi rapidi in sicurezza la legge rispetto a possibili profili di incostituzionalità, e mette al riparo il governo dalle tensioni di un confronto totale tra le forze politiche sul sistema di voto. Dall’altra, però, proprio superando le cause di inadeguatezza, e forse anche incostituzionalità del “porcellum”, il ritorno alle urne non sarà più politicamente impraticabile se il governo non funziona e vivacchia. Anzi, proprio per l’aprirsi dell’opzione voto, aumenteranno veti e pretese da una parte e dall’altra e, quindi, i rischi di paralisi della sua attività (già non particolarmente frenetica). Ma su questo fronte molto dipenderà dalla soglia minima per far scattare il premio di maggioranza. Se bassa (35%), si riducono le possibilità di pareggio, e di un nuovo stallo.

Quindi ottimo: si salvaguarda la governabilità. Ma non il governo Letta, perché crescerebbe la tentazione di staccare la spina al minimo incidente, essendo il premio a portata di coalizione. Quindi la legge elettorale sarebbe ok, ma di nuovo addio riforme costituzionali. E non è nemmeno detto che una soglia bassa dissolva i dubbi di incostituzionalità. Se alta (40-45%), difficile che il premio possa scattare: si tratterebbe di un proporzionale pressoché puro. Una pessima legge, quindi, che non salvaguarda la governabilità. Ma disincentivate le forze politiche dal rischio “palude”, quindi di dover formare di nuovo un governo di “larghe intese”, salvaguarda il governo Letta, la durata della legislatura, e paradossalmente accresce le chance del percorso di riforme di arrivare a conclusione.

E’ ovvio, in questa situazione, che Berlusconi e il Pd spingano per correzioni minime che offrano se non la certezza almeno buone probabilità di non replicare un pareggio elettorale (il primo una soglia bassa, sia alla Camera che al Senato; il secondo per il ritorno al “mattarellum”), così da poter staccare la spina al governo quando diventi troppo dannosa la loro compartecipazione. Al contrario, il premier e i ministri (“colombe” ed ex Dc di Pd e Pdl) spingono per una soglia alta, un proporzionale quasi puro. Innanzitutto, come assicurazione sulla vita del governo, ma nel peggiore dei casi – il ritorno alle urne – un sistema che non produrrebbe una maggioranza in Parlamento, e renderebbe quindi inevitabile un nuovo governo di “larghe intese”, favorendo l’aggregazione di un’area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il sempre più definitivo superamento del bipolarismo.

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