Un governo troppo lento

By Redazione

maggio 16, 2013 politica

Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l’eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l’Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione).

Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme. L’unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato.

Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell’area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d’Italia. Di buono c’è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell’immobilismo dell’ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall’altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d’interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico.

Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico. L’unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul “Corriere” da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni: «Proporre all’Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l’Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro.

Diciamo per un ammontare dell’ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell’economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all’anno per tre anni». E’ la via coraggiosa che i due economisti suggeriscono al premier Letta e al ministro Saccomanni di intraprendere, invece di perdersi nei decimali di punto che ci separano dal tetto deficit/Pil del 3% imposto dall’Ue. Ma implica una scelta filosofico-strategica che non sembra essere nelle corde di questo governo.

Sia culturalmente, sia per la mancanza di coraggio, dal momento che significherebbe scommettere sulla crescita, quindi sulle riforme, anziché su una mera manutenzione della finanza pubblica. Credere, cioè, che si possa rientrare nella soglia del 3%, e arrivare al pareggio strutturale, attraverso la crescita del Pil e non la riduzione del numeratore. L’esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l’orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l’estate, sembra per ora l’obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della “strana” grande coalizione.

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