Il Pd dal raggiante al reggente

By Redazione

maggio 16, 2013 politica

“Ora comincia una meravigliosa storia nuova, un partito aperto, non un partito di correnti; tante culture, tante sensibilità, un partito di donne, di ragazzi, di ragazze”. Era l’ottobre del 2007 quando un raggiante Walter Veltroni annunciava che il Pd appena nato era già il “primo partito italiano” e le primarie svolte, una “straordinaria rappresentazione di popolo”.

Lui ci ha creduto da subito, a tal punto da immaginare se stesso, insieme a Bill Clinton e a Tony Blair, rifondare nientemeno che la sinistra mondiale. Erano i tempi in cui Romano Prodi era presidente del Consiglio, la Melandri ancora non organizzava corsi di yoga al Maxxi di Roma e Fassino non si era perduto tra le nebbie delle brughiere piemontesi. C’era Rosy Bindi (ma quella c’è sempre), c’era Dario Franceschini e, tra gli sfidanti di Veltroni, un giovane Enrico Letta. Ma soprattutto, nel Pd che nasceva, c’era un immaginario costruito come un album delle figurine Panini: dal “dream” di Martin Luther King citato in ogni discorso, a “Imagine” di John Lennon suonata prima di ogni convention veltroniana.

Erano i tempi in cui De Benedetti voleva la tessera numero uno di quel partito che Ezio Mauro definiva “il primo soggetto diverso del nuovo secolo”; e Repubblica sbrodolava quotidianamente articoli così apologetici, che, in confronto, i tg di Emilio Fede sembravano esempi di giornalismo indipendente. Qualcuno a sinistra avvertiva che la cosa non avrebbe funzionato: il prof. Pasquino, politologo di razza, scrisse in quei giorni che il Pd aveva un problema: “ci sono molti leader ma non c’è vera leadership cioè capacità di mediare, di guidare e decidere”. Ha avuto ragione lui.

Il partito senza correnti, ora ne ha così tante che Wikipedia gli ha dedicato un’intera voce enciclopedica per elencare le quasi venti componenti che si spartiscono le sue spoglie. Quei tempi sembrano un’era geologica fa: oggi il Pd è passato dal raggiante al reggente: da Veltroni a Epifani. E il crepuscolo malinconico di questo partito accompagna il tramonto di una sinistra sfiancata, esausta, stordita dentro una crisi vorticosa della politica che elimina gli alibi dentro i quali una classe dirigente sopravvalutata e arrogante ha trascinato un progetto politico che doveva trasformarla in una moderna forza riformista. Veltroni allora ebbe dignità e molto coraggio nel giocarsi il tutto per tutto.

Ma il suo sogno era destinato a fallire poiché non risolveva il peccato originale che la sinistra aveva commesso da quando lo scenario politico italiano era stato stravolto dalla discesa in campo di Berlusconi: l’idea cioè, di poter fare a meno della politica, relegando a magistrati, intellettuali, centri di potere economico e finanziario il compito di costruire un’alternativa credibile alla forza simbolica e trascinante del berlusconismo. Ora, la speranza è rivolta a quelle figure che rappresentano una rottura rispetto alla vecchia nomenclatura ossessionata dal Cavaliere: Matteo Renzi o Sergio Chiamparino.

Meno probabile che possa essere Enrico Letta che è impegnato a costruire un nuovo centro democristiano con quei settori del Pdl che da tempo brigano in questa direzione. La sinistra italiana è come Dorian Gray: improvvisamente vede la vecchiaia solcare il suo volto che pensava intoccabile dal tempo. Il ritratto di se stessa nascosto in soffitta disegna il tempo trascorso nell’incantesimo dell’immutabilità storica. L’inizio pensato da Veltroni rischia ora di diventare la fine di un ciclo trasformista iniziato vent’anni fa attraversando sigle, simboli e contraddizioni: Pci, Pds, Ds, Ulivo, Unione, falci, martelli, querce, arcobaleni. Dai soldi sovietici a Tangentopoli, dall’Iri a Mps, da Greganti a Lusi, dalle bombe umanitarie in Kossovo al pacifismo militante in Iraq, da Hamas a Obama.

Il Pd forse è l’ultimo travestimento di questa sinistra incapace di leggere il mondo. Aspettiamo che si tolga la maschera e sveli cosa vuole realmente essere.

© Il Tempo, 17 Maggio 2012

(tratto da “Il Blog dell’Anarca

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