L’Imu mette ko il mercato immobiliare

By Redazione

maggio 13, 2013 politica

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l’Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l’avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011. Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell’ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011.

In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all’Imu, principalmente a causa dell’Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite. Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest’anno l’Abi stima un calo dei prezzi dell’1,1% rispetto all’ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l’impatto recessivo dell’Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un’imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l’Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell’immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d’impresa, che si paga l’Imu; e 2) che l’Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste ormai da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell’edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno “scalone”, che non si può non spiegare principalmente con l’introduzione dell’Imu: solo nell’edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno. Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e “popolari”). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico.

A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c’è l’effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro. La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti.

L’Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di “benaltrismo”: ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica. Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l’onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l’impatto recessivo dell’Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'”antipatico” Brunetta, esortando su “La Stampa” a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l’Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell’ultima campagna elettorale.

L’introduzione dell’Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, “una tantum”, in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che, una volta introdotta l’Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

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