Noi europei, moderni servi della gleba

By Redazione

maggio 9, 2013 politica

Oliver Wendell Holmes, uno dei più importanti giuristi americani dell’inizio del ‘900, disse che “le tasse sono il prezzo che paghiamo per la civiltà”. Il problema è che questo prezzo sta salendo un po’ troppo. E la domanda che sorge spontanea è: non è che stiamo pagando più civiltà di quanto ci possiamo permettere?

Negli Usa e in Europa il tema della pressione fiscale è ormai il tema sociale per eccellenza. Bisogna avere il coraggio di dire, una volta e per tutte, che le tasse non sono solo un problema economico (per cittadini, famiglie e imprese), ma riguardano la nostra stessa idea di libertà.

Quando la pressione fiscale diventa “oppressione”, per tenerla in piedi lo Stato impone un sistema di controllo e di spionaggio simile a quello dei regimi totalitari, rompendo il rapporto fiduciario con i cittadini e rendendo illegittima ogni sovranità.

D’altro canto, poche persone sanno che il termine “esattore” ha lo stesso significato di “estorsore”. Entrambe le parole rimandano all’idea di “tirare fuori qualcosa con la forza”. Lo ricorda lo storico americano Charles Adams, in uno straordinario libro sull’influsso della tassazione nella storia dell’umanità.
Questo è il motivo per cui, nel corso dei secoli, le tasse sono state percepite sempre come una forma di furto e di violenza rispetto alla proprietà dei cittadini e ai loro diritti; e questo è anche il motivo per cui filosofi, economisti, politici e uomini di fede, hanno ammonito sul rischio che la tassazione eccessiva potesse diventare una forma di arbitrio tirannico dello Stato. Lo diceva persino quel sant’uomo di San Tommaso: uno Stato che impone una tassazione eccessiva, si comporta come un ladro ed “è tenuto alla restituzione proprio come lo sono i ladri”.

I tecnocrati di Bruxelles e i loro maggiordomi nazionali che impongono le politiche del rigore ai cittadini europei dietro il ricatto del debito, dovrebbero ricordare che le grandi rivoluzioni, i conflitti sociali, le guerre, sono scoppiati per un problema di tasse: dalla fuga degli ebrei dall’Egitto, al crollo della Spagna di Carlo V, dalle sanguinose repressioni contadine nella Germania del XVI secolo, fino alla rivoluzione francese e a quella americana. E al grande Abramo Lincoln della schiavitù importava sicuramente, ma la vera causa della guerra civile americana fu la ribellione degli stati del Sud nei confronti di una pressione fiscale imposta dal Nord e sempre più insostenibile.

Oggi viviamo in un sistema in cui la pressione fiscale ha raggiunto livelli massimi; per un liberale inglese di due secoli fa, o per un colono americano in lotta contro la corona britannica, un sistema fiscale come il nostro, che prende la metà di ciò che un cittadino produce, sarebbe incomprensibile: ai loro occhi noi appariremmo come dei servi della gleba. Loro avevano la consapevolezza che le tasse non sono un debito, mentre noi moderni ci comportiamo come se lo fossero. L’idea che noi cittadini siamo debitori dello Stato è una delle più grandi manipolazioni culturali del nostro tempo.

Il grande economista liberale Milton Friedman ha spiegato che l’unico modo per diminuire le uscite di uno Stato, è diminuire le sue entrate; in altre parole, per diminuire la spesa pubblica bisogna diminuire le tasse, non aumentarle. Il motivo è facile intuirlo. La civiltà si misura dalla libertà (civile ed economica), non dalle tasse. È bene che i tecnocrati di Bruxelles se lo ricordino se non vogliono che l’Europa salti in aria come una polveriera.

© Il Tempo, 10 Maggio 2012

Tratto da “Il blog dell’Anarca

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