In abbazia, per l’illuminazione

By Redazione

maggio 7, 2013 politica

Con la convocazione presso l’Abbazia di Spineto, il governo Letta somiglia sempre più a quello di Prodi. Anche questi, infatti, tentò la via del “ritiro spirituale” per provare a far squadra. Fu un disastro: ognuno dei ministri dichiarava ciò che gli passava per la testa con grande e pericolosa disinvoltura, fin quando il professore tentò di convogliare i rapporti con la stampa nell’unica persona di Silvio Sircana. Si sa bene come andò a finire. Fotografie di vita notturna del portavoce a parte.

Il quadro, con le nomine delle commissioni di Camera e Senato, si sta chiudendo (anche se mentre scrivo alla commissione Giustizia hanno bocciato per la seconda volta Nitto Palma). Rimane ancora aperta la partita per la delega del sottosegretario ai Servizi, bruciata dal gran numero di posti di sottogoverno che Letta ha dovuto distribuire, e non si è ancora compreso se il premier terrà per sé stesso questa posizione cruciale, escludendo un potentissimo come Gianni De Gennaro. Così, a vederla da dentro, la tenuta del governo pare piuttosto assicurata, ma è fuori dal Palazzo che i rischi di disequilibrio crescono ogni giorno. Certo, c’è la questione dell’Imu e del suo rimborso (ma è appena passato l’emendamento Calderoli orientato in tal senso), assai complicata è la costituzione della cosiddetta Convenzione per le riforme costituzionali, ma è – soprattutto – dai partiti della maggioranza che viene il rischio più grande per il proseguimento della legislatura.

Il governo non è ancora un esecutivo di larghe intese (e non lo sarà mai), è – semmai – il metodo Letta al governo, ed è altra cosa. Per quanto allora possa durare, l’orizzonte della prossima campagna elettorale è sempre quello più presente nella testa degli esclusi. E quelli di peso sono tanti. Se nel Pdl ancora molti maggiorenti non sono affatto persuasi che governare paghi, nel Pd sembra delinearsi la nascita di un partito niente affatto conforme alle scelte del suo vice-segretario e presidente del Consiglio. Anzi, tutto lascia supporre che il Pd sarà il contrappeso (anche in chiave elettorale) al governo Letta. “Fermiamo questo Pd.

E’ politicamente morto e continua a fare danni nelle istituzioni” dice con enfasi l’esponente prodiano del Pd Sandro Gozi, mentre è evidente che la scelta di Renzi a non candidarsi alla segreteria del Pd è tutta politica e consequenziale a questa ipotesi di Pd di lotta e di governo. Renzi chiederà senz’altro all’assemblea nazionale di modificare lo statuto del partito, separando la carica di segretario da quella di candidato premier. “Fare adesso primarie per scegliere il prossimo candidato premier – ha detto sagacemente Paolo Gentiloni, deputato Pd e consigliere di Renzi – significherebbe far suonare una campana a morte per il governo”, ma se il sindaco di Firenze si defila dalle beghe interne, significa anche che ha fiutato che il Pd avrà presto un baricentro molto spostato a sinistra.

Un contrappunto che rischia di minare le certezze di Letta, grande navigatore, certo, ma fin ora in mari protetti. Se l’esperienza Letta andasse male, se non creasse quel minimo di consenso che i partiti di maggioranza auspicano, staccare la spina non recherà un dolore così grande all’interno dei partiti stessi: tanto da una parte che dall’altra, si vedrebbero sacrificare nomi certamente non di primo piano e si attuerebbe una resa dei conti interna mai davvero consumata. Vai davvero a vedere, poi, nel caos della campagna elettorale, di chi è la responsabilità.

(tratto da “Totalita.it)

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