Letta ce la farà?

By Redazione

aprile 29, 2013 politica

Può farcela il governo Letta? Quali sono gli elementi di fragilità e quali, invece, i potenziali punti di forza? Non che vi fossero alternative, se non il salto nel buio di nuove elezioni. Un accordo tra Pd e Pdl resta l’unica prospettiva da cui potrebbero scaturire in breve tempo quelle 3/4 riforme in grado di restituire un minimo di credibilità alla politica, almeno arginare la crisi, e rafforzare bipolarismo e governabilità. Ma l’orchestra di violini che sta celebrando il nascituro governo è troppo simile a quella che accolse il governo Monti per non destare più di qualche sospetto.

Purtroppo, il fatto stesso che alla Camera e al Senato il premier Letta abbia esposto come programma una specie di enciclopedia, anziché un’agenda stringata, realistica, con pochi obiettivi concreti, ben delineati, ai quali inchiodare i partiti, nasconde l’assenza di un accordo politico – sui contenuti oltre che sulle poltrone da spartirsi – tra Pd e Pdl. Non c’è alcuna certezza programmatica, né sull’Imu – lo dimostrano le polemiche di questa mattina, e d’altra parte quello annunciato da Letta è solo un rinvio, poi “si vedrà” – né sulle riforme costituzionali.

Qualsiasi Convenzione rischia di naufragare se Pd e Pdl non vi entrano con un’idea di massima condivisa sulla forma di governo e la conseguente legge elettorale a cui approdare. Non si può tornare alle urne prima dell’estate, e non si poteva fare uno sgarbo al presidente Napolitano, appena pregato di farsi rieleggere. Sembrano queste le uniche convergenze tra i due partiti che hanno portato alla nascita di questo governo. Letta ha parlato con convinzione di pacificazione nazionale. Il banco di prova delle reali intenzioni del suo partito sarà però la Convenzione per le riforme. Ha minacciato di dimettersi il premier, se entro 18 mesi non vedrà profilarsi dei risultati, ma è la sopravvivenza del suo governo che sembra dipendere dalla Convenzione, non viceversa.

Se il Pd fa sul serio, Berlusconi (già tenuto fuori dai ministeri economici) dev’essere pienamente coinvolto nel processo costituente, altrimenti il governo Letta è destinato a durare molto poco. Al di là dell’Imu sulla prima casa, infatti, su cui il Cav alla fine potrebbe rivelarsi più elastico di quanto si creda (potrebbe rivendicare come un successo anche un mero alleggerimento, conservando l’abolizione totale come cavallo di battaglia elettorale), è la sua piena legittimazione come “padre costituente” della Terza Repubblica, poter rivendicare un ruolo da “De Gaulle” italiano, l’unica ricompensa politica per cui, dal suo punto di vista, potrebbe valere la pena far durare il governo Letta.

Dunque, senza il contrafforte di un autentico processo costituente, senza l’impegno sincero del Pd a concluderlo con successo, ad arrivare ad una nuova forma di governo, e senza riconoscere a Berlusconi il suo ruolo, come presidente della Convenzione oppure vicepresidente (come Alfano lo è di Letta), quello del “giovane” Letta sarà per il Cav un governo da impallinare senza troppi rimpianti. Un governo che d’altra parte ha già un punto debole nella sua composizione a medio-bassa intensità politica. Enrico Letta è l’eterno giovane del centrosinistra. Giovanissimo ministro dell’Industria dei governi D’Alema e Amato, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Prodi, di lui purtroppo non si ricordano battaglie e sfide politiche di particolare coraggio. Si è accomodato in fila, all’ombra prima di Prodi poi di Bersani.

Chi lo conosce e lo segue assicura che ha buone idee, ma finora le ha tenute ben nascoste. Premier a parte, molto simile sarebbe potuta essere la compagine del governo Monti se un anno e mezzo fa i partiti avessero accettato di farsi coinvolgere blandamente. Oggi i principali partiti – Pd, Pdl e Scelta civica – sono coinvolti, ma non espugnano il Tesoro, che sarà ancora guidato da un tecnico. Come Monti, anche Saccomanni si presenta con un background “liberale” e un lungo catalogo di buoni consigli alla politica, dispensati per anni dalla sua postazione in Bankitalia: meno spesa, meno tasse, riforme per la produttività.

«Bisogna riallocare il carico fiscale, ridurre le imposte su lavoro e imprese e trovare i fondi altrove, tramite la riduzione delle spese improduttive e dell’evasione». Queste le sue ultime dichiarazioni pochi giorni prima la nomina a ministro. Ma pesa il precedente di Monti, che al governo ha fatto esattamente l’opposto di quanto predicava nei suoi editoriali. Al Lavoro un altro tecnico, il presidente dell’Istat Giovannini, se non altro non il solito ex sindacalista o giuslavorista. Tra i criteri per la composizione della squadra di governo ha prevalso quello, più che opportuno, del rinnovamento e del ringiovanimento.

Il che mette al riparo il governo Letta dalle tensioni che possono causare figure ingombranti, e impopolari, come Monti, Amato, D’Alema e Berlusconi, ma è anche un fattore di fragilità, perché quelle coinvolte appaiono figure per lo più “sacrificabili” agli occhi dei partiti di provenienza. Sia il Pd che Berlusconi hanno mandato avanti le rispettive componenti “popolari”, gli ex-democristiani, tanto da far parlare di un governo monocolore Dc. Questi ci credono, vagheggiano scenari neodemocristiani, ma rischiano di rivelarsi poco più che carne da macello. Defilata l’area ex Ds-Cgil del Pd, che presumibilmente in questa fase concentrerà le sue attenzioni sul partito, lasciando che siano le minoritarie correnti “centriste” e riformiste a mettere la faccia sul governo dell'”inciucio” con il caimano.

Da comprendere la strategia di Berlusconi, che apparentemente ha “premiato”, indicandoli come ministri, i protagonisti della quasi scissione del novembre scorso, quando sotto la sigla “Italia popolare” erano pronti a lasciare Silvio per Monti. Quale logica dietro questa scelta? La definitiva vittoria delle “colombe” sui “falchi”? Un nuovo assetto nel Pdl, che sancisce la centralità dei democristiani e marginalizza ex An e anima liberale di FI? Oppure più che una promozione, una rimozione dal partito? Certo è che da quella frase su Facebook, subito dopo l’ufficializzazione della lista dei ministri («abbiamo trattato per formazione del governo senza porre alcun paletto, senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero ministri in precedenti governi»), Berlusconi non appariva molto entusiasta, sembrava quasi vantare subito un credito.

Se figure come Brunetta e Gelmini, o lo stesso Berlusconi, di per sé poco digeribili per il Pd, avessero fatto parte del governo, sarebbe stato difficile escludere D’Alema, un’altra figura problematica più per il Pd che per il Pdl. La sensazione è che i veti del Pd, la sua necessità di mantenere un basso profilo politico per rendere il più indolore possibile ai suoi la pillola del “governissimo”, abbiano però lasciato Berlusconi nella comoda posizione di poter recitare più parti in commedia, tutte da protagonista: sufficientemente coinvolto da rivendicare la paternità dell’operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio – sulla politica economica e nella Convenzione – ma non a tal punto da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato “sacrificabili”, al governo più che altro per farsi le ossa. E’ tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

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