L’enciclopedia Letta

By Redazione

aprile 28, 2013 politica

Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all’indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile – per superare l’impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino – quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa “road map”: cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.

Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L’unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l’uninominale, a turno unico o doppio, associato all’elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.

Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l’emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l’Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed “esodati”, defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l’abolizione dell’Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c’è spazio per essere troppo “choosy”: che sia Imu o Irap, l’importante è cominciare a tagliare.

Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa. Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l’operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento. Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione – proprio nessuna! – sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo».

Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il “porcellum”, ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l’ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza. Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» – e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d’altra parte, le circostanze che l’hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) – Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso “di legislatura”, a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi.

L’orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati. Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c’erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l’Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all’aumento dell’Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola “Equitalia” non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni.

Ma anche delle delicate questioni Cig ed “esodati”, di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari. Ma al di là dei contenuti, l’obiettivo politico dell’esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo vent’anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l’invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.

Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E’ qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l’ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo – 18 mesi! – per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti? La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l’esecutivo abbia pagato a caro prezzo l’esigenza di rinnovamento e ringiovanimento.

Il Pd da una parte e Berlusconi dall’altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell’operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato “sacrificabili”, al governo più che altro per farsi le ossa. E’ tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

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