Il Pd verso la scissione?

By Redazione

aprile 21, 2013 politica

Nonostante da quasi un anno, in più riprese, abbia prefigurato l’implosione del Partito democratico, debbo confessare che le modalità e la velocità con le quali è accaduta, mi hanno lascito basito, per certi versi incredulo. È un disastro cercato quasi con piglio scientifico da Bersani e dal suo gruppo dirigente, già dall’appoggio al governo Monti (che per puntiglio hanno voluto senza esponenti politici), poi attraverso l’alleanza schizofrenica e a intermittenza con il Sel di Vendola, fino all’epilogo tragicomico post elettorale, i cui punti salienti sono l’inseguimento ottuso, fino al ridicolo, dei grillini e il pasticciaccio brutto del Quirinale, di cui oramai sappiamo ogni remoto e tremendissimo particolare.

Temo, però, che la debacle del Pd sia una farsa annunciata il cui l’epilogo ancora non sia stato scritto, e non escludo che il peggio debba ancora venire. Sentendo le dichiarazioni di Civati («ora traditori faranno i ministri») e della Bindi che – di fatto sbarrano la strada ad Enrico Letta verso palazzo Chigi, così come ascoltando i programmi di Fabrizio Barca e di Vendola sulla “rifondazione” della sinistra, si capisce che la scissione – di fatto già avvenuta tramite congresso estemporaneo – è molto più che nell’aria. Tutto sommato neanche Renzi ne esce benissimo da questo trambusto: ora attenderà che il caos si plachi (farà senz’altro più vita di partito e cercherà alleanze), poi vedrà se ci sono le condizioni per sferrare un attacco a quel che rimane dell’apparato Bersani, mentre su Barca il sindaco di Firenze già si espresso severamente.

Le profferte ora arrivate da diversi esponenti del partito affinché il rottamatore divenga presidente del Consiglio, suonano un po’ false, molto strategiche e comunque tutte legate a dinamiche interne. Il fatto grave è che oggi il Pd dalle sue macerie costituisce la più grande incognita sulla formazione e sulla tenuta del nuovo governo. E se è logico che ne faranno parte ministri di estrazione Pd, dati i veti incrociati dei vari maggiorenti, è piuttosto complicato capire su che nomi ora puntare. Insomma, la nascita del governo non è poi neanche cosi scontata: l’autorevolezza di Napolitano che metterà sul piatto il suo “sacrificio”, farà pure la differenza, ma l’unica cosa certa che la sua rielezione porta con sé, è la possibilità che egli possa (finalmente) sciogliere le Camere. Il Pdl, del resto, che vuole un governo ad alta concentrazione politica, sa bene che sull’azione di questo nuovo esecutivo si gioca il proprio futuro. Con il rischio di dissipare il vantaggio di consensi conquistato con una ottima strategia tanto elettorale che – soprattutto – post voto.

Vincere le elezioni dopo aver governato, è sempre un’incognita, soprattutto in questa fase così drammatica per l’economia italiana e per la deriva populista che il nostro Paese sta prendendo a causa del delirio di Grillo e delle forze dell’estrema sinistra che son tornate ad alzare la tensione nelle piazze. Se la futura coalizione dovesse proseguire con politiche simili a quelle adottate da Mario Monti (non è difficile immaginare che saranno alcune delle condizioni dettate da Napolitano), continuando le riforme che sono state indicate tanto rigidamente dall’Unione europea, il partito di Berlusconi potrebbe sfilarsi presto dagli impegni e scegliere per una vera palingenesi per via elettorale. Con la rielezione di Napolitano, siamo onesti, saremmo pure usciti da un’impasse istituzionale gravissima, ma politicamente siamo quasi al punto di partenza.

L’allarme lo lancia addirittura L’Osservatore Romano. A pochi giorni dalla rielezione di Giorgio Napolitano – scrive il quotidiano del Vaticano – il futuro politico italiano «non è facile né scontato negli esiti (…) lo spettacolo ancora una volta caotico che le forze politiche hanno saputo offrire in questi giorni non rassicura, così come non è confortante il panorama alla vigilia delle consultazioni che si terranno al Quirinale». Ponendo l’accento sul fatto che sullo sfondo della scena politica «si agitano la crisi clamorosa del Partito democratico, da molti anni ripiegato sulla sola identità antiberlusconiana, e sul quale ora si allungano le ombre di una scissione, e l’ipotesi di un Governo la cui capacità riformatrice potrebbe essere fatalmente ostacolata da una lunga e demagogica campagna elettorale condotta da chi si preoccupa piuttosto di vincere le prossime elezioni».

Questo nostro amato e sciagurato Paese ora potrebbe salvarsi con una legislazione costituente, vera, condivisa, decisa da una classe politica autorevole. Ecco su che dovrebbe puntare Napolitano. Lo dovrebbe capire per primo lui, che s’è quasi trovato a fare il presiedente di una Repubblica quanto meno semi-presidenziale. Ma se continuiamo a pensare che abbiamo la Costituzione più bella del mondo, e se in Parlamento si continua ad entrare per cooptazione e, soprattutto, via web…

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