Il Pd raccoglie tempesta

By Redazione

aprile 17, 2013 politica

Si raccoglie quello che si semina: se è vento, allora sarà tempesta. Se fino ad un minuto prima si è seminato antiberlusconismo, se l’unico pensiero che scalda il cuore è “smacchiare il giaguaro”, è poi difficile spiegare ai propri elettori, e ai propri eletti, che bisogna far scegliere il nome del nuovo presidente della Repubblica agli “impresentabili”, come premessa di chissà quale altro accordo per far nascere un governicchio.

«Siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere», scrivevamo su queste pagine all’indomani del voto. E il naufragio della candidatura Marini alla prima votazione per il Quirinale ne è l’ennesima dimostrazione. Sulla scelta del prossimo inquilino del Colle un Pd balcanizzato sta svolgendo il suo congresso, in pratica una guerra tra bande. E sono giunti a maturazione i frutti velenosi di vent’anni di antiberlusconismo, l’eterna maledizione che la sinistra e i suoi leader si sono auto-inflitti. La radicalizzazione del Pd in questi anni è tale che la pancia del partito non può reggere ad alcuna concessione a Berlusconi, nemmeno ad un nome condiviso per il Quirinale, nemmeno se è un esponente storico dello stesso Pd.

Una personalità come Marini, che 7 anni fa un centrosinistra compatto imponeva come seconda carica dello Stato a colpi di maggioranza, oggi lo spacca a metà come una mela. La linea politica di questi anni, di demonizzazione deresponsabilizzante dell’avversario, ai danni dell’immagine stessa del paese, e l’insensato inseguimento dei grillini di queste ultime settimane, hanno finito per aggravare, anziché sanarla, la contraddizione, la frattura storica interna sia al popolo che ai partiti di sinistra: quella tra riformisti e massimalisti, tra partito di governo e partito di lotta.

Il risultato che si tocca con mano oggi è una quantità di parlamentari, anche vicini al segretario del Pd, semplicemente “impolitici”, per i quali ogni compromesso è a prescindere un inciucio da demonizzare – anche quando è l’unica via realistica per un governo di cui il paese ha disperatamente bisogno, o è soltanto per mettere a capo della Repubblica una figura di garanzia – e che vagheggiano un governo con il M5S propiziato dall’elezione di Rodotà al Quirinale, dimostrando un’idea ingenua, immatura, ottusa e al tempo stesso pericolosa di democrazia. Se Bersani credeva di poter fare scouting tra i grillini, in queste ore si sta amaramente accorgendo che è Grillo ad avergli già sfilato Vendola e a fare scouting persino tra i suoi fedelissimi. E adesso? Quella di Franco Marini è una candidatura che nasce per un’elezione largamente condivisa, con i 2/3 dell’assemblea alla prima votazione.

Che senso avrebbe eleggerlo a maggioranza, con più voti dal centrodestra che dal Pd? Tra l’altro, sarebbe un suicidio portarlo, o riproporlo, al quarto scrutinio, considerando che i 521 voti presi oggi sono pericolosamente vicini al quorum di 504. Dall’inizio di questa crisi entrare a Palazzo Chigi è stato l’unico scopo che ha guidato l’azione di Bersani. Fallito il tentativo con Grillo, e dovendosi piegare di fronte alle resistenze di Napolitano, ha provato la strada del dialogo con Berlusconi a partire dall’elezione del presidente della Repubblica, ma così facendo ha spaccato il suo partito, nemmeno i suoi hanno digerito la svolta di 180°. Ad uscire vincitore dal naufragio del segretario è senz’altro Renzi, che dall’inizio ha sparato ad alzo zero sull’ipotesi Marini.

Fondati i suoi argomenti contro l’ex presidente del Senato, ma pretestuosi, visto che si possono applicare anche alle figure ritenute preferibili. Prodi e Rodotà non fanno forse parte di foto di 20 o 30 anni fa? Esattamente come Marini, corrispondono al profilo di politico che secondo i canoni renziani sarebbe ora di rottamare. Il primo, due volte presidente del Consiglio, controverso manager di Stato, collante di una fallimentare coalizione di governo. E Rodotà? Parlamentare per ben quattro legislature (da quando ancora c’era il Pci), primo presidente del Pds, 7 anni come garante della privacy, con una pensione d’oro di poco inferiore a quella leggendaria di Amato, e anche lui ottantenne come Marini. Prodi e Rodotà rappresentano forse la “visione di paese” che ha in mente Renzi? Sono forse il segnale di “cambiamento” che gli italiani aspettano? No, è che anche il sindaco di Firenze è entrato nella partita per il Colle con due occhi alle sue ambizioni e con una massiccia dose di tatticismo da vecchio politico.

Aveva spiegato che le strade dinanzi a Bersani erano due: un accordo con il Pdl o il voto subito. L’elezione di Marini avrebbe prefigurato la prima ipotesi, ma evidentemente per Renzi esiste solo la seconda, illudendosi di poter essere lui il candidato premier. Dunque, sostiene per il Colle candidati antiberlusconiani, nonostante siano anch’essi vecchi e rappresentino politicamente tutto ciò che della sinistra ha sempre dichiarato di voler superare. L’importante è sabotare Bersani e togliersi di dosso l’immagine di cripto-berlusconiano disponibile all’inciucio. Anche il Renzi del “fate presto”, insomma, pur di non perdere il suo tram è pronto a precipitare il paese nel caos di nuove elezioni, e pazienza se il prezzo è l’elezione di un presidente che rischia di alimentare, anziché ricomporre, le divisioni tra gli italiani. Un’altra lezione da trarre da questa vicenda è che finché l’elezione del presidente della Repubblica è in mano ai partiti è del tutto naturale che il prescelto sia innanzitutto un loro garante, e non il favorito degli italiani.

Chi vuole un presidente “del popolo” abbia la coerenza di sostenere il presidenzialismo, o taccia per sempre. L’impressione è che coloro che oggi si scandalizzano per la scelta di Marini e sostengono Rodotà, o altri nomi più originali, non accetterebbero di affidarsi totalmente alla volontà del popolo in una elezione diretta. Pretendono semplicemente che i partiti ascoltino un’avanguardia illuminata interprete dei suoi presunti voleri.

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