Amato al Colle?

By Redazione

aprile 16, 2013 politica

Com’era abbastanza facile prevedere il nome di Giuliano Amato (assieme a quello di D’Alema, sul quale non scommetterei, nonostante, per certi versi, sia ancora in corsa) sembra essere oggi, a pochissime ore dal voto, quello più accreditato per il Quirinale. Amato ha tutti i requisiti giusti per coagulare un punto di sintesi tra il centro destra e, in buona sostanza, una gran parte degli elettori del Pd: egli è stato più volte presidente del Consiglio, è stato ministro dell’Interno, ha il gradimento di ambienti importanti tanto in Italia che nel Mondo, conosce – come pochi altri – tutti i meccanismi, tanto opachi che palesi, della prima e della seconda Repubblica. Potrebbe, quindi, traghettare il Paese nella terza (in sette anni qualcosa dovrà pur succedere), senza traumi né strappi.

Qualcuno si è spinto a dire che Amato è un’ipoteca certa sull’allungamento della legislatura e su un incarico per un governo di scopo, o di scopi e che, addirittura, a Parma, durante i festeggiamenti Barilla, l’incontro tra Renzi e Berlusconi ha fatto sortire proprio come “quirinabile” il dottor Sottile. Certo, la scelta rigorosamente “on line” del Movimento 5 Stelle caduta sulla Gabanelli, è talmente surreale o, se si vuole, provocatoria (mentre scrivo la giornalista in preda ad un sussulto di vanità, sta ancora riflettendo!), che sembra spingere i due altri maggiori schieramenti al compromesso. Con tutto lo strascico di polemiche ex-post, che è facile immaginare.

Ma non si devono temere i grillini e la loro retorica parolaccesca e mai costruttiva, è ora che i partiti (Bersani soprattutto) isolino Grillo, Casaleggio e tutte le loro sciagurate truppe: credo che al Quirinale ci debba andare un politico, non uno qualunque, ovvio, ma uno di razza. Conosciuto all’estero, competente, autorevole e non compromesso né, tantomeno politicamente “ricattabile”. Francamente non so quanti di questi requisiti abbia Giuliano Amato, certo, alcuni senz’altro. Alcuni, appunto. La partita, come si sa, oggi è doppia: non si tratta solo di scegliere il miglior candidato al Quirinale, ma anche di trovare qualcuno capace di indicare una strada alla politica impantanata in paure e veti, tattiche e strategie di progetti a breve termine. Del futuro sembra non importare a nessuno.

Il problema più grande sembra essere la sopravvivenza dei leader e dei partiti stessi. Bersani ha ottusamente tirato la corda e perso ingiustificatamente tempo prezioso, prima per non affrontare la sua resa dei conti interna, poi, per sbarrare (per quanto possibile) la strada a Renzi. Per altro, a tal punto, non c’è un candidato che unisca il Pd, e qualunque esito (ma proprio qualunque, soprattutto Amato o D’Alema), acuirà lo stato di guerra interna. Dal canto suo Berlusconi ha legittimamente posto delle condizioni che, se non, almeno in parte, accettate, porteranno non tanto alle urne – è quasi improbabile che il nuovo presidente sciolga immediatamente quelle stesse Camere che lo hanno eletto – ma ad una guerra di logoramento istituzionale vera e propria che, forse, non porterebbe bene neanche allo stesso Pdl.

Ma la strada per il Colle è – anche fuor di metafora – in salita. Staremo a vedere. Le sorprese sono in agguato fino all’ultimo, la storia della Repubblica ce l’ha insegnato. Si fa un gran parlare anche di Sabino Cassese, ma il nome – nonostante uno spessore intellettuale e umano superiore – non appassiona al pari di quello di Rodotà. A ben pensarci, per certi versi, i nomi di Amato e D’Alema, sono l’altra faccia della stessa medaglia che porta i volti della Gabanelli e di Strada: dalla follia suiicida alla prudenza ossessiva ed esagerata. Ci vorrebbe una terza scelta (o una rosa di terze scelte) sempre nel solco dell’affidabilità, ma meno logore sul piano politico. Magari anche anagraficamente anche più giovani. Negli ultimi giorni, un po’ in sordina, è uscito un altro nome. In estrema sintesi, direi che un personaggio che di Amato ha tutti i pregi senza, per questo collezionarne i difetti, diciamo, accumulati dall’usura.

E’ poco più che cinquantenne, e già questo – come dicevo – sarebbe un segnale straordinario, ha più volte fatto il ministro della Repubblica per il Pdl, senza mai incappare in errori o incidenti (parla perfettamente inglese e francese), è stato con onore a Bruxelles in un ruolo di primissimo piano e, essendo ora in corsa, per una carica internazionale di straordinaria importanza, ha già incassato il gradimento diretto di buona parte delle cancellerie europee e dell’amministrazione americana. Senza contare che su di lui potrebbero arrivare i voti di un pezzo importante del Pd (trascinati dall’entusiasmo di Enrico Letta), ovviamente del Pdl (se solo Berlusconi volesse), e anche dei fedelissimi di Maroni con cui lo lega un rapporto di stima personale e di fattiva collaborazione nel passato governo. E senza dire dei montiani, che lo voterebbero senza esitazioni.

Se il Pd e il Pdl cercano discontinuità nella continuità è – forse – la persona giusta. E, per questo, c’è da scommettere, non sarà eletto e forse neanche preso, per davvero, in considerazione. Siamo un Paese così, riflette solo chi non dovrebbe, come la Gabanelli.

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