Per favore, dateci una Thatcher

By Redazione

aprile 14, 2013 politica

La scorsa settimana ho pensato molto a Margaret Thatcher. Quale che sia il giudizio storico e politico  sulla baronessa deceduta otto giorni fa, non si può non convenire che essa ha incarnato una visione del “bene comune” sfidando lo “spirito del tempo” e facendosi molti nemici ben sapendo che alla fine avrebbe avuto ragione salvando la Gran Bretagna dal baratro nel quale stava sprofondando alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. 

Chiunque, dotato di buona fede, dovrebbe riconoscere che tre mandati, dodici anni complessivamente, sono stati sufficienti a modificare la struttura economica e sociale del Regno Unito pur in assenza di radicali riforme istituzionali. Ricorrendo a sacrifici che altrove sarebbero costati la poltrona al primo ministro, il Paese è riuscito a risalire la china guadagnandosi uno spazio tutto suo in Europa ed il rispetto del mondo. Ricordo bene quando i Pink Floyd sfottevano la Thatcher dedicandole addirittura un album: quei giovani che agli inizi degli Ottanta si entusiasmavano per i fuck off che Roger Water “soavemente” le inviava a mezzo rock, adesso beneficiano di un sistema di protezione sociale che dovrebbe fare invidia a mezzo Continente, ed in particolare all’Italia.

Dove non c’è buona politica, costruita con l’onestà intellettuale ed il coraggio delle idee, c’è spazio soltanto per miseria, impoverimento, dissoluzione della coesione nazionale. E noi non abbiamo avuto buona politica negli ultimi vent’anni. Inutile girarci intorno: necessitavamo di riforme strutturali, ampiamente condivise, e ci siamo scannati come borgognoni ed armagnacchi senza considerare che intorno a noi cresceva il deserto del disagio. Destra e sinistra non sono state “luoghi” della politica, ma scannatoi di idee nei quali si sono ordite delegittimazioni reciproche con finale fuck off al bipolarismo, alla democrazia dell’alternanza, al riconoscimento dell’avversario. Dopo vent’anni siamo, dunque, punto e accapo.

I “grandi elettori” (che definizione balzana!) si riuniscono da giovedì 18 aprile per eleggere il successore di Napolitano. Non hanno un nome su cui convergere e neppure una ristretta rosa di nomi di alto livello, ma soltanto delle ipotesi (e basterebbe questo ad invocare il presidenzialismo in alternativa all’indecente mercato delle vacche); non c’è un governo, ma soltanto la flebile speranza che possa nascere da un “inciucio” innaturale, tuttavia inevitabile; non c’è simpatia tra chi dovrebbe contrarre matrimonio politico, ma soltanto diffidenza; non c’è dialogo nel Paese, ma acrimonia sparsa a piene mani da giornali, da bottegai e dall’élite italiana; non c’è tensione verso la vittoria da parte di nessuna delle forze politiche, ma il terrore di perdere qualche decimale di punto; non c’è fiducia tra gli italiani che guardano attoniti allo svolgersi sul palcoscenico del Palazzo al febbrile scontro/incontro tra odianti.

Intanto si apprende che il potere d’acquisto delle famiglie è crollato e che una su quattro è a rischio di povertà. Le imprese sono state strozzate dalla “cura Monti” e non vedono un centesimo dei crediti che vantano dallo Stato. Molte città italiane sono in abbandono, come dimostra Napoli che nelle mani di De Magistris rischia, per comune ammissione, di crollare letteralmente (le agitazioni, gli scioperi e gli scontri di piazza nei giorni scorsi sottolineano amaramente la fine di un’esperienza ampiamente prevista nei suoi esiti più disastrosi): la città sta morendo ed il Golfo accoglie come uno sfregio l’Americas Cup i cui fasti di cartapesta stridono con il degrado cittadino.

Dov’è lo Stato? È da tempo che ne abbiamo smarrito le tracce. E non bastano i tardivi ripensamenti di un Bersani che prometteva di smacchiare il giaguaro e si mostra alle telecamere pallido, smunto, confuso dopo cinquanta giorni dalla “vittoria/sconfitta” elettorale per tentare (senza riuscirci) di spiegare come mai abbia aspettato tanto tempo per incontrare il suo avversario principale e tentare non dico un accordo, ma quantomeno una trattativa tanto per avviare la legislatura. Incontro peraltro privo di effetti concreti dove si è cercato di barattare la presidenza della Repubblica con il Governo del Paese: non ci sono parole per definire tutto questo; credo che neanche nel più incivile degli Stati la cosa pubblica vengano maneggiata con tanta volgarità, oltre che spregio istituzionale. 
Come potevo non pensare alla Thatcher? Quando sembrava che squassasse il Welfare state britannico, in realtà lo riorganizzava secondo modalità nuove. Qui da noi si perde tempo per trovare un “notaio” da mandare al Quirinale. Il governo può attendere. Sarà per la prossima legislatura. Forse. Chiunque salirà sul Colle si renderà conto che la cosa più saggia da fare è sciogliere questa sbandata compagnia e mandare gli italiani a scegliersene un’altra. Possibilmente meno sbandata. Ma è difficile avere fiducia. Non abbiamo ancora bevuto fino in fondo l’amaro calice. La crisi del sistema è talmente profonda che non basterà un’altra tornata elettorale a mettere ordine laddove regna l’arbitrio come nuovo criterio di regolamentazione della convivenza incivile.

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