Thatcher vs status quo

By Redazione

aprile 10, 2013 politica

Margaret Thatcher «vista da sinistra», nell’articolo di Simona Bonfante (pubblicato ieri su Libertiamo.it, ndr), non era una conservatrice. Poiché era anti-socialista, in definitiva era una progressista. C’era da aspettarselo che prima o poi qualcuno azzardasse la provocazione intellettuale, nel solco della ormai vasta letteratura per cui il “liberismo è di sinistra”. Il ragionamento è a prima vista seducente.

D’altra parte, è anti-socialista anche quella sinistra riformista che non crede nelle virtù della pianificazione economica e che è disposta a concedere che il libero mercato può essere strumento di promozione sociale e non di sfruttamento. E così si salvano capra e cavoli. Siccome la Thatcher aveva ragione (si ha l’onestà intellettuale di ammetterlo), ma la destra rimane sporca e cattiva, si dice che aveva ragione in modo “progressista”.

È un ottimo escamotage dialettico di chi si ritiene di sinistra, ma di una sinistra riformista e liberale, quindi anti-socialista, per riconoscere le ragioni della Thatcher senza passare per conservatore. Dunque, più che un’analisi sulla Lady di ferro, abbiamo la solita polemica, tutta interna alla sinistra, tra socialismo di ispirazione marxista e riformismo-laburismo. Ma il fatto che, come la sinistra liberale oggi, la Thatcher fosse anti-socialista, non fa di lei una progressista. Così come il fatto che fosse nemica della “conservazione”, intesa come status quo, non significa che fosse progressista, dal momento che lo status quo contro cui si è battuta era il frutto di politiche tipicamente progressiste.

Il problema di questi ragionamenti è che filano solo sulla base di equivoci linguistici e mere astrazioni, cioè solo attribuendo un significato letterale a quelle che sono categorie politiche, e solo presumendo una destra e una sinistra che non esistono nella realtà storica, che non corrispondono al loro “idealtipo”. Solo in un mondo immaginario, infatti, la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce lo status quo. Può darsi sia stato vero in un’epoca pre-marxista, quando la divisione era tra Ancien Régime e liberalismo. Ma non è questa la realtà politica dei paesi occidentali nell’ultimo secolo, compreso l’ultimo ventennio: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra.

Se al conservatorismo si attribuisce il significato letterale di conservazione dello status quo, e per questo un’accezione negativa, mentre al progressismo il significato di un cambiamento di segno pregiudizialmente positivo, il gioco delle apparenze è fatto: anche MT può diventare progressista. Ma conservatori e progressisti sono categorie politiche che vanno ben oltre il loro significato letterale. È ovvio che in una realtà socio-economica di fatto socialistizzata, com’era il Regno Unito sul finire degli anni ’70 (e com’è oggi l’Italia), essere conservatrice per la Thatcher non significava certo essere per lo status quo, per la conservazione, ma non per questo significava essere progressista.

Anzi, essere conservatrice significava essere per il cambiamento di uno status quo progressista. Di fatto, fu una rivoluzionaria, ma la sua fu una rivoluzione conservatrice. Se si vuole dire che una parte della sinistra (minoritaria, per la verità) ha tratto insegnamento dalla Thatcher, e che le politiche liberiste possono effettivamente produrre esiti “di sinistra” in termini di promozione sociale, il che è innegabile, lo si dica apertamente. Che la sinistra europea post-thatcheriana (parliamo soprattutto di Blair) abbia saputo far tesoro di quella lezione, adottando politiche semi o simil-liberiste, è certamente un fatto storico, culturale e politico di un certo rilievo. Ma temporaneo e minoritario, nient’affatto di dimensioni imponenti. Anzi, trascurabile ai fini di una ridefinizione delle categorie politiche di destra e sinistra tale da arrivare a sostenere che la Thatcher non fosse conservatrice ma progressista.

E comunque non c’è niente di tutto questo nell’analisi di Simona Bonfante, che si limita a sostenere che MT in definitiva fu progressista perché anti-socialista. In questo modo il gusto, il vezzo della provocazione intellettuale rischia di mangiarsi tutto: storia, cultura, politica. È vero, piuttosto, che la sinistra post-thatcheriana, per tornare a vincere, ha dovuto fare i conti con il thatcherismo, quindi in qualche modo spostarsi verso destra. Ma certo questo non viene facile da dire, se si parte dal pregiudizio che a destra ci sono quelli che hanno torto, che vogliono conservare lo status quo, e a sinistra quelli che hanno ragione, che sono per il cambiamento.

È una brutta forma di subalternità culturale quella dei liberali italiani che, per rendere accettabili concetti come il thatcherismo e il liberismo, avvertono l’esigenza di sostenere che sono “di sinistra”, solo perché per la cultura dominante a sinistra ci sono i “buoni” progressisti e a destra i “cattivi” conservatori. Ed è tra i motivi per cui non abbiamo avuto, e non avremo, una Thatcher in Italia.

(tratto da “Libertiamo  

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